venerdì 12 settembre 2008

VENEZIA 65

Deleuze, The Wrestler, Un giorno perfetto e il Primo Piano
(ossia quando il Volto si fa Volto e quando il Volto è de-voltificato)



"L'immagine-affezione è il primo piano, e il primo piano è il volto", scrive Gilles Deleuze nel capitolo 6 del primo dei suoi due trattati di filosofia del cinema, "L'immagine-movimento": è cioè allo stesso tempo sia un'immagine specifica e determinabile in base a parametri quantitativi, sia una componente interna a qualunque tipo di piano e campo. Vale a dire, c'è un primo piano di misura, quello comunemente inteso, e un primo piano di senso, come, per esempio, nel caso di un paesaggio, che può essere filmato come un volto, sebbene inquadrato in un campo lungo o lunghissimo. Vediamo in che modo. Paragonando la superficie del volto a quella di un orologio, lo studioso francese definisce il volto una lastra nervosa porta-organi che ha sacrificato l'essenziale alla propria mobilità globale, e che raccoglie o esprime apertamente ogni specie di movimenti locali che il resto del corpo tiene normalmente nascosti. Ogni volta che in qualcosa si scoprono questi due poli, superficie riflettente e micro-movimenti intensivi, si potrà dire che quella cosa è stata inquadrata come un volto, è stata "voltificata". Anche un paesaggio, tornando all'esempio precedente, può avere, insomma, i sussulti di un volto, animarsi di micromovimenti, e quindi "voltificarsi". Un gioco di ombre che crea dualismi spaziali, o uno spazio vuoto che si contrappone a uno pieno, o un semplice movimento del profilmico, per esempio l'oscillare di una foglia alla stregua di un battito di ciglia sulla superficie di un volto/paesaggio immobile, rivelano nel paesaggio le stesse potenzialità di un volto filmato come "volto" (perchè alle volte questo non avviene, e in questo caso il volto è de-voltificato). Deleuze individua due tipi di primi piani: quello in cui prevale la "superficie di voltificazione", in cui cioè il volto è prevalentemente contorno, linea avviluppante, e quello in cui invece entrano in azione tratti dispersi, linee frammentarie, ribelli al contorno, e cioè in cui prevalgono i "tratti di volteità". Nel primo caso il volto si fa riflessivo e riflettente, e i tratti sono raggruppati sotto il dominio di un pensiero fisso, inalterabile e senza divenire, eterno addirittura; nel secondo caso, invece, il volto si fa intensivo, e mette in moto una serie intensiva che opera un salto qualitativo, e che non esprime solo una qualità, ma la potenza di passaggio da una qualità all'altra. Pensavo a questa distinzione mentre guardavo il film di Ozpetek presentato a Venezia. Non riesco tuttora a togliermi dalla testa alcuni primi piani e mi domando: erano volti concentrati sull'espressione di una qualità/emozione specifica oppure volti in cui i micromovimenti esprimevano variazioni in divenire, emozioni in procinto di sopraggiungere? La fissità stordita di quei primi piani stava per farmi optare per la prima alternativa, ma oggi ci ho pensato bene e mi sono reso conto che quella fissità è solo fissità vuota, finestra spalancata sull'assenza di senso, e che il volto nel film non è filmato come volto, e cioè luogo di espressione di qualità in atto o in potenza, ma come segnale stradale, messo lì ad indicare allo spettatore che si trova in presenza di un avvicinamento meccanico al personaggio e quindi deve preoccuparsi di penetrare nel suo intimo. Se ce ne fosse stato uno. Un giorno perfetto è una pinacoteca di volti de-voltificati che sembrano non appartenere a quei personaggi, a quelle linee emozionali, e la loro fissità neutra serve/servirebbe soltanto a ipnotizzare lo spettatore indifeso e illuderlo di penetrare l'emozione di un uomo o di una donna rispetto ai quali, nel corso del film, si resta invece sempre all'esterno (almeno questa è la mia impressione). Personalmente non mi piace quest'uso ruffiano e televisivo del primo piano, e non mi piace il primo piano inteso solo come espediente di montaggio, e non come mezzo di espressione. Penso invece al film vincitore della mostra, il bellissimo The Wrestler di Aronovsky. Ricordo un primo piano straordinario di Mickey Rourke, in cui il volto del protagonista resta semi-immobile per alcuni lunghi secondi, inchiodato, attraverso gli occhi, su quello della figlia. Sono secondi durante i quali l'immobilità non è pietrificata ma vibrante, lentissimamente vibrante, e su quel volto immobile leggiamo la consapevolezza di un destino di dolore e di colpa immutabile, ma allo stesso tempo sentiamo su quello stesso volto la voglia di scrivere tra le proprie rughe, le proprie cicatrici e i propri micro-interstizi emozioni di segno diverso, che a quel destino regalino svolte impreviste, o anche solo temporanee dimenticanze. Restiamo sospesi, durante quei secondi, sospesi sul filo assieme a quel volto, e alla sua coscienza, al suo sapere, e poi cadiamo, precipitiamo nell'abisso, quando da quella superficie riflettente, ma viva e non rigida nel suo riflettere, viene giù una lacrima, che velocissima lo riga e lo taglia. Nel tagliarlo, però, non gli procura soltanto un'apertura nel senso di ferita, taglio simbolico, lesione della superficie e squarcio dell'anima, ferita che lo denuda e letteralmente lo ostende agli occhi inquisitori, ma ancora pieni d'amore, della figlia, bensì anche come nuova possibilità di vita, improvviso allargamento dell'orizzonte: una lacrima che rompe gli argini di una palpebra e cade è il sintomo di un volto che ammette la propria penetrabilità, e quindi vulnerabilità, e soltanto dichiarando la propria debolezza il volto si lascia finalmente guardare, poiché gli occhi dell'altro sono assorbiti e non più soltanto ricevuti. Prima superficie riflettente, poi tratti di volteità: sono le due fasi di questo meraviglioso primo piano di Mickey Rourke. Quand'è usato così, e pochi riescono a farlo, il primo piano acquista un senso: perchè, in caso contrario, avvicinarsi tanto a un essere umano? D'altronde, nella visione normale, non-cinematografica, l'essere umano non "vede" in primi piani, piuttosto li utilizza quando "pensa" a qualcuno, e quindi in una sfera non-visiva bensì virtuale. Nel primo piano di Mickey Rourke ci sono insieme qualità e potenza, attuale e virtuale, emozione e pensiero, e c'è soprattutto un volto che sa, che ha coscienza, che sente: in questo senso, racconta un mondo interiore enorme in pochi secondi. Cosa racconta, invece, un primo piano che deve indicare soltanto "rabbia", o "ira, o "dolore", o "dispiacere"? Durante la visione di Un giorno perfetto ho avuto spesso la sensazione che i primi piani indicassero qualcosa, appunto, ma non raccontassero niente. E' così che un primo piano si fa marca indexicale, istruzione per l'uso per lo spettatore televisivo, immagine che tratta di emozioni senza vissuto.
Ozpetek ha più volte utilizzato campi/controcampi silenziosi in cui i primi piani non parlano, probabilmente perché sperava che il silenzio e la fissità del viso attivassero automaticamente un fuori campo che invece non si è attivato mai. Il silenzio è troppo silenzioso e quindi non è silenzio, perché il silenzio, per parlare, e quindi essere, ha bisogno di un piccolissimo rumore (sonoro e/o visivo) che lo renda appunto espressivo, concreto, materico, presente (silenzio non è infatti sinonimo di muto), così come un volto ha bisogno di un micromovimento per attivare potenzialità espressive, evolutive, performative.
A meno che, come ci dice Deleuze, tutto quel volto non si concentri nell’espressione di una qualità eterna, immobile, definitiva, onnicomprensiva di qualunque tratto interno al contorno-volto. Ma qui entriamo in una sfera diversa, dalla quale appunto la fissità inespressiva e attonita dei primi piani ozpetekiani viene ahimé estromessa. Entriamo, cioè, nella sfera dell’immobilità imperfetta del primo piano di
The Wrestler descritto prima (in cui il primo piano sviluppa tutte le sue potenzialità), o nell’immobilità perfetta, medusea del volto di Edmund in Germania Anno Zero. Ma attenzione, parliamo di un’immobilità che quanto mai densa e lontana dal mutismo semantico. Penso a uno dei primi piani finali del film, uno dei pochissimi dedicati al bambino protagonista e l’unico così prolungato, così evidenziato all’interno del decoupàge, nonché l’unico angolato leggermente dal basso, ad evidenziare la volumetria del volto stesso.
Edmund, per tutti gli ultimi minuti del film, com’è noto, “va a zonzo”, per dirla con il linguaggio di Deleuze, deambula senza meta, saltando qua e là, a volte come giocando, tra le macerie polverose di una Berlino distrutta nel corpo e nello spirito. Il suo corpo agile cerca nel cammino tra le strade e nella danza sulle macerie la possibilità di un mutamento, di un “alleggerimento” di una situazione evidentemente pesante, solidamente piantata nella disperazione. Quasi l’ipotesi di un volo calviniano. Un volo impossibile, purtroppo. Edmund fa quindi il suo ingresso in uno dei tanti palazzi/scheletro della città, sale a un piano alto, e di lì ora può guardare la città distrutta nel suo complesso, così come può osservare la vita distrutta dei suoi fratelli che lo cercano inutilmente per le strade, e può guardare perfettamente negli occhi l’assenza del padre che ha ucciso, e quindi scotomizzare la propria colpa. Qui Edmund acquista uno sguardo distante, “oggettivato” dal mondo esterno che gli si offre in tutta la propria irriducibilità e da quello interno che gli si presenta impietoso, sostituito simbolicamente dalle macerie, al proprio sguardo. E allo stesso tempo, per la prima volta nel film, Rossellini regala al bambino un primo piano che è anche profondamente “soggettivo”: su quel volto si scrive la consapevolezza pietrificata di una situazione immutabile, di una colpa immondabile, di una vita irrecuperabile; su quel volto che si fa pietra e maceria, dove neppure un micromovimento apre ad altri possibili, la decisione si fa conseguente: la morte si prefigura come suggello di una situazione fissata per sempre. Come unico barlume di senso. Rossellini costruisce in questo caso un’immobilità perfetta e abissale, rumorosissima e silente allo stesso tempo, una fissità piena e mai vuota, una superficie di voltificazione, per riprendere la terminologia di Deleuze, che può fare a meno dei tratti di volteità dei micro-movimenti perché attiva, in fuori-campo, un movimento più grande, quello dello Spirito che agisce sulla vita del bambino e sulla storia di una città e di un mondo interi.

lunedì 8 settembre 2008

Alla ricerca di soldi per un nuovo cortometraggio

Il mio secondo cortometraggio continua ad essere selezionato nei festival. Questo mi rende felice ed è forse un meritato riscontro per il tanto e difficile lavoro che gli sta dietro.
Ma nuove e pressanti urgenze artistiche mi scottano mani, cuore, occhi e cervello. E’ l’ora di cominciare un nuovo progetto, di catapultarmi in un nuovo virtuale mondo narrativo a cui dare vita vera, di soddisfare altri e diversi bisogni di racconto.

Il progetto è qui su carta, e urla la sua voglia di essere filmato. Sarà una favola nera, cioè la vicenda surreale di una donna che vuole tornare bambina, un piccolo racconto crudele ma allo stesso tempo tenero verso le debolezze umane, una breve parabola non conciliata e non conciliante, ma alla fine immersa nella luce… Un corto denso, credo, un pugno nello stomaco, un breve viaggio antieroico condensato in un interno senza tempo.

Io e le persone con cui di solito condivido l'esperienza artistica stiamo cerchiamo soldi e persone che vogliano entrare nel progetto, nelle vesti di mecenati oppure di veri e propri produttori/coproduttori del cortometraggio.
Chi crede in me, nel mio sogno e nei miei sogni, o chi ha voglia di farlo dopo avermi ascoltato, chi vuole investire qualche euro in attività artistiche, chi vuole aiutarmi a raccontare delle storie attraverso le immagini, chi ha voglia di farsi un giro sulla macchina affascinante del cinema e chi, infine, è pazzo come me e vuole aiutarmi a mantenere la mia libertà creativa, può mettersi in contatto col sottoscritto attraverso l’indirizzo e-mail baccellier@gmail.com.

venerdì 5 settembre 2008

Baccelliere in Venice
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Passerà oggi in concorso all'International Short Film Festival "Circuito Off" di Venezia il cortometraggio "Dove ci porta la corrente", prodotto dall'Associazione Novara Cine Festival e diretto da Fabio Baccelliere.

venerdì 25 luglio 2008

Randy Pausch e la sua "last lecture"
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«Ho un problema di sistema - aveva annunciato di fronte a 400 studenti il giorno dell'ultima lezione- Benché abbia sempre goduto di forma fisica strepitosa, ho ben dieci metastasi al fegato e mi restano solo pochi mesi di vita».
«Trovate la vostra passione e seguitela - disse - non smettete di cercarla perché altrimenti ciò che state facendo è solo aspettare la Mietitrice».
Randy Pausch è stato un uomo immenso. Ha lasciato a tutti noi una lezione di vita straordinaria. Una lezione atipica, nella quale non voleva insegnare nulla a nessuno, ma in cui cercava semplicemente di convincere tutti coloro che lo ascoltavano a vivere pienamente la propria vita, al massimo delle proprie possibilità.
Mi riguardo questa conferenza da alcuni giorni, e ogni volta mi viene la pelle d'oca.
Un saluto Randy. Ovunque tu sia, Grazie.


mercoledì 16 luglio 2008


SULL’EVENTO DEL PERDERSI
di Fabio Baccelliere

Capita spesso, molto spesso, che due persone si perdano nella vita reale, o almeno in quella che, convenzionalmente, consideriamo tale. Perdersi, fisicamente e mentalmente, può essere a volte il punto di inizio di un viaggio che termina con il ritrovarsi reciproco, e in quel caso la vita prende l’aspetto di un entusiasmante progetto narrativo, fatto di alti e bassi, ascese e cadute, di un luogo magico dove risplendono incastri imprevisti e ritorni miracolosi, con i loro relativi significati, che tracimano e si sprecano, e sprecandosi, ci riempiono di senso. La distanza, in quel caso, è la sorella gemella della vicinanza, è contemporaneamente la sua necessità ed il suo antidoto.
Ma non è sempre così.
Altre volte, infatti, perdersi è soltanto un punto fermo, una conclusione. Dopo, restano gli effetti dei rimpianti, delle domande senza risposta e delle risposte chiuse nel bozzolo incancrenito del dubbio, del tempo che va avanti e del tempo che non torna indietro, del tempo che non sarà anche se avrebbe potuto essere. Non prelude, insomma, ad alcun ritrovamento, individuale o reciproco che sia. Prelude soltanto al vuoto. In questo secondo caso, la vita non prende la forma di un cerchio che si chiude, né la consistenza di uno specchio nel quale il passato si riflette, rinnovato, in un nuovo presente. Non è un progetto narrativo, o forse lo è, ma è una narrazione aperta, inconclusa, infinita, non-finita.
Poi, si sa, tutti i vuoti si colmano. La vita di ciascuno è sì un grande romanzo, ma non tutti i romanzi sono uguali: ci sono quelli con una lunghissima e unica linea narrativa, e quelli fatti di storie molteplici, che si scontrano, incontrano, incrociano, o semplicemente si susseguono. E quindi i vuoti ci saranno sempre, alla fine di una di queste storie, e tutto sta nel colmarli di volta in volta, per portare avanti il romanzo, fino alla fine del proprio tempo, fino alla fine del proprio mondo.
Tutti i pozzi possono restare prosciugati, e tutti i pozzi possono essere nuovamente riempiti. Ma a una domanda potremmo non saper rispondere: davvero quell’acqua ha riempito tutto il vuoto, oppure si sono conservate delle bolle d’aria, e dentro di essere ancora resta qualcosa di quel vuoto precedente? Perché il vuoto è sempre qualcosa che può restare, e crescere all’interno di un apparente pieno, come un virus, un parassita, una malattia, un embolo silenzioso. In quel caso il passato disturberà il presente e marchierà surrettiziamente di sé il futuro…
Allora non resta che tornare indietro. Per sicurezza, diciamo così. Per ascoltare quella perdita iniziale, capire se era un preludio o un epilogo, un inizio o una fine. Se non si riconosce la natura delle proprie storie personali, si rischia di non capire se stessi mai, di non riconoscersi, e di non riconoscere gli altri. E se gli altri non ti riconoscono, non possono viverti, e se non possono viverti, tu non vivrai del tutto, se non in te stesso.
Non vivrai del tutto, se non in te stesso…

venerdì 27 giugno 2008

"IO INVECE DA DOMANI MI PRENDO UNA MALATTIA..."
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Mattina all'insegna del tema "lavoro e malattia". Tema serio, importante, punto nodale di qualunque discussione sui diritti dei lavoratori. E poi la malattia ha a che fare con il dolore, e il dolore con la sofferenza, e da ciò scaturiscono riflessioni profonde, che investono molteplici sfere della vita individuale e collettiva.
Appena sveglio sfoglio le varie news sulla rete e nella rubrica "Strano ma vero" del portale Tiscali leggo una storia di ordinario raccapriccio italiano. La storia, cioè, di un impiegato della Regione Sardegna che dal 2004 è in stato di malattia e quindi assente giustificato dal suo posto di lavoro. Povero Cristo, ho pensato di primo acchito, chissà che brutto tumore lo sta lentamente distruggendo. E invece no, mi sbagliavo! Leggendo avanti ho scoperto che il tumore è proprio lui, visto che in questi quattro anni, anzichè curarsi e stare a letto per non affaticare l'organismo ufficialmente provato, si è laureato (un plauso alla sete di cultura!) e si è candidato alle ultime politiche, non disdegnando, tra l'altro, di impegnarsi in un'attiva campagna elettorale.
Finalmente, seppure dopo quattro anni, qualcuno in regione s'è accorto dell'incongruenza e ha deciso di denunciarlo. Quattro anni!!!!! Mi domando: era talmente incapace e insignificante che nessuno ha notato la sua assenza, oppure nessuno ha voluto vederla, quest'assenza, chiudendosi entrambi gli occhi?
E vogliamo parlare dei medici curanti? Credo che siano loro una delle vere metastasi di questo paese (altro che giudici, come vorrebbe dare ad intendere il Cavaliere!). Che comincino anche loro a pagare con il reato di frode la facilità con cui firmano certificati fasulli! Ho visto gente (sia nel pubblico che nel privato, e sottolineo nel privato) che, a furia di certificati medici, lavora un giorno sì e due no, e poi la si incontra rilassata per strada a cazzeggiare con i pargoli o tra gli scaffali del supermercato, impegnati a vagliare i prodotti in offerta e pronti a lamentarsi per lo scarso potere d'acquisto, "nonostante si lavori tutto il giorno"!.
Nell'ultima discussione con alcuni "compagni" sindacalisti, ho fatto presente che pur essendo MOLTO MA MOLTO PIU' A SINISTRA DI LORO NON TOLLERO I PARASSITI. Mi hanno risposto che tra lavoratori bisogna essere solidali.
Tra lavoratori, appunto, non tra lavoratori e fannulloni...
Ad ogni modo, vi racconto l'epilogo. Ho incontrato poco fa un amico all'ufficio postale. Gli racconto che in questo periodo mi sto riposando, dopo gli ultimi cinque mesi di lavoro massacrante, ma che poichè, appunto, non sto lavorando non sto neanche guadagnando. Mi dispiace per te, mi dice! Io invece da domani "mi prendo un paio di settimane di malattia, sono un po' stressato e non voglio consumarmi adesso le ferie".
Che sono pagate, come la sua malattia....

lunedì 2 giugno 2008

Comunicato
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Anita Kravos
protagonista del cortometraggio
"Dove ci porta la corrente"
ha vinto il premio per la migliore interpretazione femminile
al festival internazionale di cortometraggi
"La cittadella del corto" di Trevignano Romano

giovedì 29 maggio 2008

Comunicato
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Il cortometraggio
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"DOVE CI PORTA LA CORRENTE"
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è stato inserito nella lista dei finalisti in due dei principali festival italiani di corti:
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LA CITTADELLA DEL CORTO
e
GENOVA FILM FESTIVAL

mercoledì 7 maggio 2008

Piccoli poeti crescono...


Ho il piacere e l'onore di pubblicare
alcune poesie dei ragazzi e delle ragazze
della IIB della Sms "Antonio Gramsci".



1)

Massimiliano Ranieri
(poesie dedicate a Roberta)
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Il sole mi indica la strada della vita
e la strada del bene,
il sole mi fa brillare il cuore,
illuminando la faccia della donna
di cui sono innamorato.
Il sole è potente,
perchè guarisce le persone ferite
e rallegra gli stati d'animo,
il sole è qualcosa di grande
che dovrebbe spaventare
ma l'effetto che fa
è di fare innamorare la gente.

....................

Il sole scende lento nel mio cuore
illuminando i miei pensieri,
quando penso alla persona che amo,
nascondendo il mio dolore.
Il sole mi trasmette anche gioia,
ricordandomi che ho ancora qualche speranza
per far nascere amore fra me e lei.
Il sole mi trasmette anche l'allegria
per godermi la vita.
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2)

Sara Russomanno

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Il sole sorgerà e illuminerà
tutto il mondo e tutto sarà bello,
ma solo per un certo periodo,
perchè poi, quando lui saprà,
tramonterà,
per lasciare il posto alla luna.

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3)

Federico Peccioli

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Sole che illumini la terra e abbronzi i volti,
sei sempre al centro di tutto:
dai disegni dei bambini all'universo infinito.
Tutti ti vogliono quando piove,
ma quando ci sei tutti si riparano
con le tende,
gli ombrelloni
e i tetti di casa.
A volte vai e vieni,
a volte ci sei per sei mesi,
a volte combini guai e bruci foreste,
ma le tue fiamme si spengono con l'acqua.
A volte disidrati persone,
ma se bevono acqua ritornano in forma.
Insomma, ti perdi in un bicchier d'acqua.

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4)

Daniele Pierini

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Il sole è una stella che ardente brucia,

il sole è una bomba carica di ricordi

con i suoi occhi lucenti osserva la Terra

che si sveglia dolcemente al candore della luna.
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5)

Martin Levy

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Il buio della notte sta per giungere:

ti prego sole, non tramontare.

Ho bisogno della tua luce

per ritrovare il mio cuore.

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6)

Noemi Oliveri

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Questa mattina mi sono svegliata

e, aprendo gli occhi, ho visto tutto buio...

ho pensato che il sole non fosse ancora sorto,

ma mi sbagliavo,

perchè pensando a te è sorta una luce,

la mia luce, la luce più bella.

So che queste parole non ti potranno toccare

ma....

tra le tue braccia fammi tornare,

perchè so che insieme dimenticheremo questo dolore.

E una lcue da lassù ci aiuterà a ricominciare.

Sei la mia vita, il mio cuore

ed è grazie a quella luce che

in noi dobbiamo sperare.

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7)

Desirèe Galli

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Sole,

tu che mi aiuti sempre,

dammi una mano anche questa volta.

Ho bisogno di felicità,

perchè nel mio cuore si è esaurita.

Ti prego per oggi non tramontare

perchè se salirà la notte

il mio cuore si riempirà di oscurità.

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8)

Jasin Fejzi

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Per me il sole significa la vita,

per me il sole significa la morte,

starò lì in mare e osserverò il sole

pensando già alla notte quando il sole tramonterà.

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9)

Federico Pannella

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Ogni pianta ha il suo posto per vivere.

Anche il sole può fare male,

ma quando non è alto nel cielo

tutto sembra più buio.

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10)

Niccolò Rotoni

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Sole,

come angelo luminoso entri in me

e mi illumini;

come angelo entri in me

e mi dici dal profondo del cuore:

"Non arrenderti, continua a non perdere la speranza!".

Ma io come stolto la perdo,

mentre tu sei sempre lì, pronto a incoraggiarmi.

Come angelo mi dici:"Diglielo! Diglielo! Diglielo!",

ma io mi mostro senza coraggio.

Tu per me sei l'angelo che mi ha fatto innamorare,

sei per me il seme del mio amore,

sei per me luce e spirito,

sei colui che un giorno mi farà gridare

"Ti amo"

alla persona che ho sempre amato e

che amerò per sempre.

______________________________________

11)

Francesco Amato
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Il sole d'estate riscalda l'aria e il cuore,

porta felicità nei ragazzi perchè finiscono le scuole.

Il sole d'inverno è debole, perchè le nuvole lo coprono.

Cadono le prime foglie,

le giornate sono tristi e scure,

e tutto questo perchè manca il sole.

D'autunno il sole è strano e non si vede,

perchè è lontano.

Il freddo non piace a nessuno

e lampi e tuoni entrano nei cuori

e li riempiono di tristezza,

e questo solo perchè non c'è il sole.

La primavera è lucente e splendente,

le rondini tornano,

iniziano i primi giochi d'acqua

e i ragazzi giocano e si divertono

e tutto questo grazie al sole.

giovedì 1 maggio 2008

La teoria della decrescita - n.2
Le 8 "R" di G.Latouche
La “società della decrescita” presuppone, come primo passo, la drastica diminuzione degli effetti negativi della crescita e, come secondo passo, l’attivazione dei circoli virtuosi legati alla decrescita: ridurre il saccheggio della biosfera non può che condurci ad un miglior modo di vivere. Questo processo comporta otto obiettivi interdipendenti, le 8 R: rivalutare, ricontestualizzare, ristrutturare, rilocalizzare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare. Tutte insieme possono portare, nel tempo, ad una decrescita serena, conviviale e pacifica.

Rivalutare. Rivedere i valori in cui crediamo e in base ai quali organizziamo la nostra vita, cambiando quelli che devono esser cambiati. L’altruismo dovrà prevalere sull’egoismo, la cooperazione sulla concorrenza, il piacere del tempo libero sull’ossessione del lavoro, la cura della vita sociale sul consumo illimitato, il locale sul globale, il bello sull’efficiente, il ragionevole sul razionale. Questa rivalutazione deve poter superare l’immaginario in cui viviamo, i cui valori sono sistemici, sono cioè suscitati e stimolati dal sistema, che a loro volta contribuiscono a rafforzare.

Ricontestualizzare. Modificare il contesto concettuale ed emozionale di una situazione, o il punto di vista secondo cui essa è vissuta, così da mutarne completamente il senso. Questo cambiamento si impone, ad esempio, per i concetti di ricchezza e di povertà e ancor più urgentemente per scarsità e abbondanza, la “diabolica coppia” fondatrice dell’immaginario economico. L’economia attuale, infatti, trasforma l’abbondanza naturale in scarsità, creando artificialmente mancanza e bisogno, attraverso l’appropriazione della natura e la sua mercificazione.

Ristrutturare. Adattare in funzione del cambiamento dei valori le strutture economico-produttive, i modelli di consumo, i rapporti sociali, gli stili di vita, così da orientarli verso una società di decrescita. Quanto più questa ristrutturazione sarà radicale, tanto più il carattere sistemico dei valori dominanti verrà sradicato.
Rilocalizzare. Consumare essenzialmente prodotti locali, prodotti da aziende sostenute dall’economia locale. Di conseguenza, ogni decisione di natura economica va presa su scala locale, per bisogni locali. Inoltre, se le idee devono ignorare le frontiere, i movimenti di merci e capitali devono invece essere ridotti al minimo, evitando i costi legati ai trasporti (infrastrutture, ma anche inquinamento, effetto serra e cambiamento climatico).

Ridistribuire. Garantire a tutti gli abitanti del pianeta l’accesso alle risorse naturali e ad un’equa distribuzione della ricchezza, assicurando un lavoro soddisfacente e condizioni di vita dignitose per tutti. Predare meno piuttosto che “dare di più”.

Ridurre. Sia l’impatto sulla biosfera dei nostri modi di produrre e consumare che gli orari di lavoro. Il consumo di risorse va ridotto sino a tornare ad un’impronta ecologica pari ad un pianeta. La potenza energetica necessaria ad un tenore di vita decoroso (riscaldamento, igiene personale, illuminazione, trasporti, produzione dei beni materiali fondamentali) equivale circa a quella richiesta da un piccolo radiatore acceso di continuo (1 kw). Oggi il Nord America consuma dodici volte tanto, l’Europa occidentale cinque, mentre un terzo dell’umanità resta ben sotto questa soglia. Questo consumo eccessivo va ridotto per assicurare a tutti condizioni di vita eque e dignitose.

Riutilizzare. Riparare le apparecchiature e i beni d’uso anziché gettarli in una discarica, superando così l’ossessione, funzionale alla società dei consumi, dell’obsolescenza degli oggetti e la continua “tensione al nuovo”.

Riciclare. Recuperare tutti gli scarti non decomponibili derivanti dalle nostre attività.

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