venerdì 25 luglio 2008

Randy Pausch e la sua "last lecture"
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«Ho un problema di sistema - aveva annunciato di fronte a 400 studenti il giorno dell'ultima lezione- Benché abbia sempre goduto di forma fisica strepitosa, ho ben dieci metastasi al fegato e mi restano solo pochi mesi di vita».
«Trovate la vostra passione e seguitela - disse - non smettete di cercarla perché altrimenti ciò che state facendo è solo aspettare la Mietitrice».
Randy Pausch è stato un uomo immenso. Ha lasciato a tutti noi una lezione di vita straordinaria. Una lezione atipica, nella quale non voleva insegnare nulla a nessuno, ma in cui cercava semplicemente di convincere tutti coloro che lo ascoltavano a vivere pienamente la propria vita, al massimo delle proprie possibilità.
Mi riguardo questa conferenza da alcuni giorni, e ogni volta mi viene la pelle d'oca.
Un saluto Randy. Ovunque tu sia, Grazie.


mercoledì 16 luglio 2008


SULL’EVENTO DEL PERDERSI
di Fabio Baccelliere

Capita spesso, molto spesso, che due persone si perdano nella vita reale, o almeno in quella che, convenzionalmente, consideriamo tale. Perdersi, fisicamente e mentalmente, può essere a volte il punto di inizio di un viaggio che termina con il ritrovarsi reciproco, e in quel caso la vita prende l’aspetto di un entusiasmante progetto narrativo, fatto di alti e bassi, ascese e cadute, di un luogo magico dove risplendono incastri imprevisti e ritorni miracolosi, con i loro relativi significati, che tracimano e si sprecano, e sprecandosi, ci riempiono di senso. La distanza, in quel caso, è la sorella gemella della vicinanza, è contemporaneamente la sua necessità ed il suo antidoto.
Ma non è sempre così.
Altre volte, infatti, perdersi è soltanto un punto fermo, una conclusione. Dopo, restano gli effetti dei rimpianti, delle domande senza risposta e delle risposte chiuse nel bozzolo incancrenito del dubbio, del tempo che va avanti e del tempo che non torna indietro, del tempo che non sarà anche se avrebbe potuto essere. Non prelude, insomma, ad alcun ritrovamento, individuale o reciproco che sia. Prelude soltanto al vuoto. In questo secondo caso, la vita non prende la forma di un cerchio che si chiude, né la consistenza di uno specchio nel quale il passato si riflette, rinnovato, in un nuovo presente. Non è un progetto narrativo, o forse lo è, ma è una narrazione aperta, inconclusa, infinita, non-finita.
Poi, si sa, tutti i vuoti si colmano. La vita di ciascuno è sì un grande romanzo, ma non tutti i romanzi sono uguali: ci sono quelli con una lunghissima e unica linea narrativa, e quelli fatti di storie molteplici, che si scontrano, incontrano, incrociano, o semplicemente si susseguono. E quindi i vuoti ci saranno sempre, alla fine di una di queste storie, e tutto sta nel colmarli di volta in volta, per portare avanti il romanzo, fino alla fine del proprio tempo, fino alla fine del proprio mondo.
Tutti i pozzi possono restare prosciugati, e tutti i pozzi possono essere nuovamente riempiti. Ma a una domanda potremmo non saper rispondere: davvero quell’acqua ha riempito tutto il vuoto, oppure si sono conservate delle bolle d’aria, e dentro di essere ancora resta qualcosa di quel vuoto precedente? Perché il vuoto è sempre qualcosa che può restare, e crescere all’interno di un apparente pieno, come un virus, un parassita, una malattia, un embolo silenzioso. In quel caso il passato disturberà il presente e marchierà surrettiziamente di sé il futuro…
Allora non resta che tornare indietro. Per sicurezza, diciamo così. Per ascoltare quella perdita iniziale, capire se era un preludio o un epilogo, un inizio o una fine. Se non si riconosce la natura delle proprie storie personali, si rischia di non capire se stessi mai, di non riconoscersi, e di non riconoscere gli altri. E se gli altri non ti riconoscono, non possono viverti, e se non possono viverti, tu non vivrai del tutto, se non in te stesso.
Non vivrai del tutto, se non in te stesso…

venerdì 27 giugno 2008

"IO INVECE DA DOMANI MI PRENDO UNA MALATTIA..."
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Mattina all'insegna del tema "lavoro e malattia". Tema serio, importante, punto nodale di qualunque discussione sui diritti dei lavoratori. E poi la malattia ha a che fare con il dolore, e il dolore con la sofferenza, e da ciò scaturiscono riflessioni profonde, che investono molteplici sfere della vita individuale e collettiva.
Appena sveglio sfoglio le varie news sulla rete e nella rubrica "Strano ma vero" del portale Tiscali leggo una storia di ordinario raccapriccio italiano. La storia, cioè, di un impiegato della Regione Sardegna che dal 2004 è in stato di malattia e quindi assente giustificato dal suo posto di lavoro. Povero Cristo, ho pensato di primo acchito, chissà che brutto tumore lo sta lentamente distruggendo. E invece no, mi sbagliavo! Leggendo avanti ho scoperto che il tumore è proprio lui, visto che in questi quattro anni, anzichè curarsi e stare a letto per non affaticare l'organismo ufficialmente provato, si è laureato (un plauso alla sete di cultura!) e si è candidato alle ultime politiche, non disdegnando, tra l'altro, di impegnarsi in un'attiva campagna elettorale.
Finalmente, seppure dopo quattro anni, qualcuno in regione s'è accorto dell'incongruenza e ha deciso di denunciarlo. Quattro anni!!!!! Mi domando: era talmente incapace e insignificante che nessuno ha notato la sua assenza, oppure nessuno ha voluto vederla, quest'assenza, chiudendosi entrambi gli occhi?
E vogliamo parlare dei medici curanti? Credo che siano loro una delle vere metastasi di questo paese (altro che giudici, come vorrebbe dare ad intendere il Cavaliere!). Che comincino anche loro a pagare con il reato di frode la facilità con cui firmano certificati fasulli! Ho visto gente (sia nel pubblico che nel privato, e sottolineo nel privato) che, a furia di certificati medici, lavora un giorno sì e due no, e poi la si incontra rilassata per strada a cazzeggiare con i pargoli o tra gli scaffali del supermercato, impegnati a vagliare i prodotti in offerta e pronti a lamentarsi per lo scarso potere d'acquisto, "nonostante si lavori tutto il giorno"!.
Nell'ultima discussione con alcuni "compagni" sindacalisti, ho fatto presente che pur essendo MOLTO MA MOLTO PIU' A SINISTRA DI LORO NON TOLLERO I PARASSITI. Mi hanno risposto che tra lavoratori bisogna essere solidali.
Tra lavoratori, appunto, non tra lavoratori e fannulloni...
Ad ogni modo, vi racconto l'epilogo. Ho incontrato poco fa un amico all'ufficio postale. Gli racconto che in questo periodo mi sto riposando, dopo gli ultimi cinque mesi di lavoro massacrante, ma che poichè, appunto, non sto lavorando non sto neanche guadagnando. Mi dispiace per te, mi dice! Io invece da domani "mi prendo un paio di settimane di malattia, sono un po' stressato e non voglio consumarmi adesso le ferie".
Che sono pagate, come la sua malattia....

lunedì 2 giugno 2008

Comunicato
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Anita Kravos
protagonista del cortometraggio
"Dove ci porta la corrente"
ha vinto il premio per la migliore interpretazione femminile
al festival internazionale di cortometraggi
"La cittadella del corto" di Trevignano Romano

giovedì 29 maggio 2008

Comunicato
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Il cortometraggio
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"DOVE CI PORTA LA CORRENTE"
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è stato inserito nella lista dei finalisti in due dei principali festival italiani di corti:
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LA CITTADELLA DEL CORTO
e
GENOVA FILM FESTIVAL

mercoledì 7 maggio 2008

Piccoli poeti crescono...


Ho il piacere e l'onore di pubblicare
alcune poesie dei ragazzi e delle ragazze
della IIB della Sms "Antonio Gramsci".



1)

Massimiliano Ranieri
(poesie dedicate a Roberta)
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Il sole mi indica la strada della vita
e la strada del bene,
il sole mi fa brillare il cuore,
illuminando la faccia della donna
di cui sono innamorato.
Il sole è potente,
perchè guarisce le persone ferite
e rallegra gli stati d'animo,
il sole è qualcosa di grande
che dovrebbe spaventare
ma l'effetto che fa
è di fare innamorare la gente.

....................

Il sole scende lento nel mio cuore
illuminando i miei pensieri,
quando penso alla persona che amo,
nascondendo il mio dolore.
Il sole mi trasmette anche gioia,
ricordandomi che ho ancora qualche speranza
per far nascere amore fra me e lei.
Il sole mi trasmette anche l'allegria
per godermi la vita.
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2)

Sara Russomanno

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Il sole sorgerà e illuminerà
tutto il mondo e tutto sarà bello,
ma solo per un certo periodo,
perchè poi, quando lui saprà,
tramonterà,
per lasciare il posto alla luna.

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3)

Federico Peccioli

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Sole che illumini la terra e abbronzi i volti,
sei sempre al centro di tutto:
dai disegni dei bambini all'universo infinito.
Tutti ti vogliono quando piove,
ma quando ci sei tutti si riparano
con le tende,
gli ombrelloni
e i tetti di casa.
A volte vai e vieni,
a volte ci sei per sei mesi,
a volte combini guai e bruci foreste,
ma le tue fiamme si spengono con l'acqua.
A volte disidrati persone,
ma se bevono acqua ritornano in forma.
Insomma, ti perdi in un bicchier d'acqua.

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4)

Daniele Pierini

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Il sole è una stella che ardente brucia,

il sole è una bomba carica di ricordi

con i suoi occhi lucenti osserva la Terra

che si sveglia dolcemente al candore della luna.
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5)

Martin Levy

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Il buio della notte sta per giungere:

ti prego sole, non tramontare.

Ho bisogno della tua luce

per ritrovare il mio cuore.

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6)

Noemi Oliveri

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Questa mattina mi sono svegliata

e, aprendo gli occhi, ho visto tutto buio...

ho pensato che il sole non fosse ancora sorto,

ma mi sbagliavo,

perchè pensando a te è sorta una luce,

la mia luce, la luce più bella.

So che queste parole non ti potranno toccare

ma....

tra le tue braccia fammi tornare,

perchè so che insieme dimenticheremo questo dolore.

E una lcue da lassù ci aiuterà a ricominciare.

Sei la mia vita, il mio cuore

ed è grazie a quella luce che

in noi dobbiamo sperare.

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7)

Desirèe Galli

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Sole,

tu che mi aiuti sempre,

dammi una mano anche questa volta.

Ho bisogno di felicità,

perchè nel mio cuore si è esaurita.

Ti prego per oggi non tramontare

perchè se salirà la notte

il mio cuore si riempirà di oscurità.

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8)

Jasin Fejzi

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Per me il sole significa la vita,

per me il sole significa la morte,

starò lì in mare e osserverò il sole

pensando già alla notte quando il sole tramonterà.

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9)

Federico Pannella

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Ogni pianta ha il suo posto per vivere.

Anche il sole può fare male,

ma quando non è alto nel cielo

tutto sembra più buio.

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10)

Niccolò Rotoni

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Sole,

come angelo luminoso entri in me

e mi illumini;

come angelo entri in me

e mi dici dal profondo del cuore:

"Non arrenderti, continua a non perdere la speranza!".

Ma io come stolto la perdo,

mentre tu sei sempre lì, pronto a incoraggiarmi.

Come angelo mi dici:"Diglielo! Diglielo! Diglielo!",

ma io mi mostro senza coraggio.

Tu per me sei l'angelo che mi ha fatto innamorare,

sei per me il seme del mio amore,

sei per me luce e spirito,

sei colui che un giorno mi farà gridare

"Ti amo"

alla persona che ho sempre amato e

che amerò per sempre.

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11)

Francesco Amato
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Il sole d'estate riscalda l'aria e il cuore,

porta felicità nei ragazzi perchè finiscono le scuole.

Il sole d'inverno è debole, perchè le nuvole lo coprono.

Cadono le prime foglie,

le giornate sono tristi e scure,

e tutto questo perchè manca il sole.

D'autunno il sole è strano e non si vede,

perchè è lontano.

Il freddo non piace a nessuno

e lampi e tuoni entrano nei cuori

e li riempiono di tristezza,

e questo solo perchè non c'è il sole.

La primavera è lucente e splendente,

le rondini tornano,

iniziano i primi giochi d'acqua

e i ragazzi giocano e si divertono

e tutto questo grazie al sole.

giovedì 1 maggio 2008

La teoria della decrescita - n.2
Le 8 "R" di G.Latouche
La “società della decrescita” presuppone, come primo passo, la drastica diminuzione degli effetti negativi della crescita e, come secondo passo, l’attivazione dei circoli virtuosi legati alla decrescita: ridurre il saccheggio della biosfera non può che condurci ad un miglior modo di vivere. Questo processo comporta otto obiettivi interdipendenti, le 8 R: rivalutare, ricontestualizzare, ristrutturare, rilocalizzare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare. Tutte insieme possono portare, nel tempo, ad una decrescita serena, conviviale e pacifica.

Rivalutare. Rivedere i valori in cui crediamo e in base ai quali organizziamo la nostra vita, cambiando quelli che devono esser cambiati. L’altruismo dovrà prevalere sull’egoismo, la cooperazione sulla concorrenza, il piacere del tempo libero sull’ossessione del lavoro, la cura della vita sociale sul consumo illimitato, il locale sul globale, il bello sull’efficiente, il ragionevole sul razionale. Questa rivalutazione deve poter superare l’immaginario in cui viviamo, i cui valori sono sistemici, sono cioè suscitati e stimolati dal sistema, che a loro volta contribuiscono a rafforzare.

Ricontestualizzare. Modificare il contesto concettuale ed emozionale di una situazione, o il punto di vista secondo cui essa è vissuta, così da mutarne completamente il senso. Questo cambiamento si impone, ad esempio, per i concetti di ricchezza e di povertà e ancor più urgentemente per scarsità e abbondanza, la “diabolica coppia” fondatrice dell’immaginario economico. L’economia attuale, infatti, trasforma l’abbondanza naturale in scarsità, creando artificialmente mancanza e bisogno, attraverso l’appropriazione della natura e la sua mercificazione.

Ristrutturare. Adattare in funzione del cambiamento dei valori le strutture economico-produttive, i modelli di consumo, i rapporti sociali, gli stili di vita, così da orientarli verso una società di decrescita. Quanto più questa ristrutturazione sarà radicale, tanto più il carattere sistemico dei valori dominanti verrà sradicato.
Rilocalizzare. Consumare essenzialmente prodotti locali, prodotti da aziende sostenute dall’economia locale. Di conseguenza, ogni decisione di natura economica va presa su scala locale, per bisogni locali. Inoltre, se le idee devono ignorare le frontiere, i movimenti di merci e capitali devono invece essere ridotti al minimo, evitando i costi legati ai trasporti (infrastrutture, ma anche inquinamento, effetto serra e cambiamento climatico).

Ridistribuire. Garantire a tutti gli abitanti del pianeta l’accesso alle risorse naturali e ad un’equa distribuzione della ricchezza, assicurando un lavoro soddisfacente e condizioni di vita dignitose per tutti. Predare meno piuttosto che “dare di più”.

Ridurre. Sia l’impatto sulla biosfera dei nostri modi di produrre e consumare che gli orari di lavoro. Il consumo di risorse va ridotto sino a tornare ad un’impronta ecologica pari ad un pianeta. La potenza energetica necessaria ad un tenore di vita decoroso (riscaldamento, igiene personale, illuminazione, trasporti, produzione dei beni materiali fondamentali) equivale circa a quella richiesta da un piccolo radiatore acceso di continuo (1 kw). Oggi il Nord America consuma dodici volte tanto, l’Europa occidentale cinque, mentre un terzo dell’umanità resta ben sotto questa soglia. Questo consumo eccessivo va ridotto per assicurare a tutti condizioni di vita eque e dignitose.

Riutilizzare. Riparare le apparecchiature e i beni d’uso anziché gettarli in una discarica, superando così l’ossessione, funzionale alla società dei consumi, dell’obsolescenza degli oggetti e la continua “tensione al nuovo”.

Riciclare. Recuperare tutti gli scarti non decomponibili derivanti dalle nostre attività.
La teoria della decrescita - n.1
La decrescita è un concetto politico, secondo il quale la crescita economica - intesa come accrescimento costante di uno solo degli indicatori economici possibili, il Prodotto Interno Lordo (PIL) - non è sostenibile per l'ecosistema della terra. Questa idea è in netta antitesi con il senso comune politico corrente, che individua nell'aumento del livello di vita, rappresentato dall'aumento del PIL, come obiettivo di ogni società moderna. L'aggettivazione sostenibile allude alla proposta di organizzarsi collettivamente in modo che la diminuzione della produzione di beni non costituisca riduzione dei livelli di civiltà.
L'assunto principale è che le risorse naturali sono limitate e finite e quindi non si può immaginare un sistema votato ad una crescita infinita. Il miglioramento delle condizioni di vita deve quindi essere ottenuto senza aumentare il consumo ma attraverso altre strade. Proprio per la costruzione di queste vie sono impegnati numerosi intellettuali, al seguito dei quali si sono formati movimenti spesso non coordinati fra loro, ma con l'unico fine di cambiare il paradigma dominante della necessità di aumentare i consumi per dare benessere alla popolazione. Un esempio di questi gruppi sono i GAS, Gruppi di Acquisto Solidale, i sistemi di scambio non monetario o gli ecovillaggi. Il principale esponente di questa corrente è Serge Latouche. In Italia troviamo Maurizio Pallante, Massimo Fini, Mauro Bonaiuti e Paolo Gabrini.
La teorizzazione della Decrescita si basa su quattro presupposti:
Il funzionamento del sistema economico attuale dipende essenzialmente da risorse non rinnovabili. Così com'è, non è quindi perpetuabile. I sostenitori della Decrescita partono dall'idea che le riserve di materie prime sono limitate, particolarmente per quanto riguarda le fonti di energia, e ne deducono che questa limitatezza contraddice il principio della crescita illimitata del PIL, e che, anzi, la crescita così praticata genera dissipazione di energia e crescente dispersione di materia.Alcuni sostenitori della teoria (in particolare Vladimir Vernadskij), mutuando dalla seconda legge della termodinamica il concetto di entropia, ritengono che la crescita del PIL comporti una diminuzione dell'energia utilizzabile disponibile, e della complessità degli ecosistemi presenti sulla Terra, assimilano la specie umana ad una forza geologica entropizzante.
Non v'è alcuna prova della possibilità di separare la crescita economica dalla crescita del suo impatto ecologico.
La ricchezza prodotta dai sistemi economici non consiste soltanto in beni e servizi: esistono altre forme di ricchezza sociale, come la salute degli ecosistemi, la qualità della giustizia, le buone relazioni tra i componenti di una società, il grado di uguaglianza, il carattere democratico delle istituzioni, e così via. La crescita della ricchezza materiale, misurata esclusivamente secondo indicatori monetari può avvenire a danno di queste altre forme di ricchezza.
Le società attuali, drogate da consumi materiali considerati futili (telefoni cellulari, viaggi aerei, uso costante e non selettivo dell'auto ecc.) non percepiscono, in generale, lo scadimento di ricchezze più essenziali come la qualità della vita, e sottovalutano le reazioni degli esclusi, come la violenza nella periferie o il risentimento contro gli occidentali nei paesi esclusi dallo (o limitati nello) sviluppo economico di tipo occidentale.
La teoria della decrescita sostenibile non implica evidentemente il perseguimento della decrescita in sé e per sé: si pone invece come mezzo per la ricerca di una qualità di vita migliore, sostenendo che il PIL consente solo una misura parziale della ricchezza (un incidente d'auto, ad esempio, è un fattore di crescita del PIL) e che, se si intende ristabilire tutta la varietà della ricchezza possibile, allora è urgente smettere di utilizzare il PIL come unica bussola.

domenica 13 aprile 2008

"DOVE CI PORTA LA CORRENTE"
un cortometraggio di Fabio Baccelliere
L'INTERVISTA

Buongiorno signor regista.
Buongiorno a lei, signor critico.

Dunque parliamo del suo ultimo lavoro. Il titolo mi colpisce. “Dove ci porta la corrente”. Le giro la domanda omologa. Dove ci porta la corrente?
Non lo so. Non le rispondo così per vezzo, davvero. Se lo sapessi, probabilmente non avrei avuto l’esigenza di girare il corto. Diciamo che ho voluto porre a me stesso una domanda per trovare una risposta e che ad oggi non ci sono riuscito.

La corrente da qualche parte dovrà pure portare...
Sinceramente, credo di avere qualche problema nel definire il concetto di mèta: probabilmente perché in questo momento non ho una visione esistenziale chiara, netta, con punti di partenza e punti di arrivo indiscutibili. Parlo sia in termini individuali che collettivi

Insomma, mi pare di capire che il suo lavoro abbia a che fare con la mancanza di un punto d’arrivo certo, forse addirittura di una direzione.
Diciamo piuttosto che ha a che fare con la mancanza di una scelta: molte volte lasciamo alla casualità della corrente la direzione della nostra vita, mentre dovremmo cercare di diventare noi stessi la corrente. Così facendo, invece, la nostra dinamica esistenziale è simile a quella delle foglie del corto: danziamo credendo di decidere noi il nostro movimento ma in realtà siamo soltanto trasportati da una forza liquida superiore ed il nostro è un valzer eterodiretto, innescato magari da impulsi interni ma indirizzato e governato da energie estranee, come il moto di rotazione di un pianeta la cui direzione è però governata da forze di gravità esterne. In fin dei conti, diventando noi stessi, cioè la corrente, la nostra mèta ci diventa chiara, e di conseguenza raggiungibile.

E questo quindi il messaggio del suo film?
Cosa intende con la parola “messaggio”?

Quando un artista partorisce un’opera soddisfa il bisogno di dire qualcosa di importante che gli esplode dentro. Intendo questo.
Non confonderei l’urgenza espressiva con la voglia di lanciare messaggi all’umanità: anzi, le dirò di più, credo che la prima escluda automaticamente la seconda. D’altro canto se l’urgenza esiste realmente stia certo che l’opera finale crea da sé un circuito di comunicazione.

La sua risposta mi fa pensare che quando crea lei tiene un atteggiamento autoreferenziale.
Tutt’altro. Semplicemente io non ho messaggi da lanciare. Piuttosto vorrei avere emozioni da contagiare, sfruttando le potenzialità "virali" dell'arte. Mi piacerebbe che gli spettatori del corto entrassero nel percorso indefinito e nell’atmosfera sospesa che caratterizzano, credo, questo lavoro. Spero di causare nelle persone un’irritazione dell’anima.

Un’irritazione dell’anima? Si spieghi meglio.
Gli uomini cercano automaticamente lo stato di equilibrio interiore. Il che vuol dire temperatura media. La temperatura media è il profilo esistenziale del quotidiano, mentre l’arte deve produrre un surriscaldamento, e quindi uno scarto stra-ordinario. Ammesso che io abbia fatto arte, in questo caso. E’ come un sistema bloccato nell’entropia nel quale si immette energia nuova per creare dinamicità. Parlando di interiorità umana, credo che l’anima, o il nostro “sentire”, ha assolutamente bisogno di espandersi, e per farlo c’è bisogno che qualcosa ne renda porosi i confini, o che li faccia esplodere. Quel qualcosa può essere soltanto l’arte.

Qualunque tipo di arte?
Non saprei. Probabilmente quell’arte che lascia spazio a chi la fruisce, che lascia zone d’ombra, che non definisce e si definisce completamente.

Lei insegue un’arte indefinita, insomma.
Il che non vuol dire imprecisa. Semplicemente, mi piace quando i contorni non sono confini rigidi, quando il colore esce dai bordi, quando il tempo si sfalda.

Come nel corto precedente, al centro del racconto ci sono due persone: un uomo e una donna…
Vuol dire che tendo a ripetermi?

No. Penso che abbia delle predilezioni. Mi sbaglio?
In parte sì e in parte no. Le dinamiche tra uomo e donna mi hanno sempre appassionato. In chiave antropologica e simbolica più che psicologica. Sono talmente varie che non si finisce mai di raccontarle. Ad ogni modo, credo che la prossima volta cambierò.

In che modo?
Farò un film transgender. Parlerò della terza via.

Vorrei parlare ancora di ricorrenze. Troviamo un’altra volta l’acqua.
Amo tutto quanto è liquido. I solidi mi fanno paura, sono immobili e portano al loro interno la mancanza di vibrazione propria della morte.

A volte però la solidità ci definisce.
Dice?

E’ il nostro principio di individuazione. Come si può sapere chi siamo se non ci fermiamo, se non ci solidifichiamo?
Confondere l’identità con lo stato solido è un inganno filosofico e politico. Ciò che è liquido non si può afferrare e la nostra società è strutturata in modo tale che chi la comanda ha la necessità di controllare, mentalmente e fisicamente, tutti gli altri. Ma ora stiamo andando oltre il mio corto.

Quindi dopo il mare con “La voce del mare” e il fiume con “Dove ci porta la corrente” cosa racconterà la prossima volta? Un lago? Una cascata?
Gli esempi di liquidità in questo mondo sono molto più numerosi di quelli che lei crede. Io stesso sono liquido, per esempio. Se vuole può anche bermi. Potrei scioglierle le idee, magari.

Ho ancora qualche domanda. Mi ha colpito per esempio il montaggio del film. Si gioca con i flashback, con i flashforward…
Il tempo è multiforme, l’idea di rappresentarlo con una linea retta è una nostra convenzione. Con Andrea Costantino (l’autore del montaggio, ndr) abbiamo pensato, al contrario, di rompere questa linearità a vantaggio di un doppio livello. A quel punto la storia dei due protagonisti ci è sembrata come chiusa all’interno di un cerchio e il loro tempo non una successione di stati o eventi, ma un sovrapporsi di parole e fatti che entrano in conflitto. E il conflitto è il motore della narrazione, ciò che lega e divide, e in questo caso è il trait d’union tra le due profondità temporali, il presente e il passato, appunto, ed è ciò che dà un senso alla loro sovrapposizione.

C’è una dissolvenza molto bella nel corto: mi riferisco a quella che unisce il passato e le foglie e la casetta sul Ticino del presente, in una sorta di raccordo a tre stadi. Una scelta di linguaggio forte.
Abbiamo fatto un gran lavoro di montaggio. Le ho spiegato prima qual’è stato il concetto di partenza: è a quello che ci siamo attenuti per ogni tipo di scelta. Questo ha comportato qualche sacrificio di materiale e ha prodotto qualche invenzione geniale come quella da lei citata, che genera simultanemante una sintesi temporale e una fusione semantica degli spazi. Andrea Costantino è stato fondamentale: è un grande montatore, o meglio autore del montaggio, espressione che rende meglio l’idea che il montaggio è parte integrante del processo creativo, e più precisamente l’ultimo stadio della scrittura di un film.

Ha scelto un linguaggio essenziale: niente carrelli, pochi movimenti e per di più con macchina a spalla…
Da una parte amo il linguaggio essenziale, perché preferisco lavorare di più sull’inquadratura a livello di forma e significato. Il movimento a spalla mi consente invece di mettermi più al servizio degli attori e di dare vibrazione al mondo raccontato. Il carrello ti dà un tipo di movimento geometrico, disegna traiettorie regolari che in questo lavoro non c’entravano molto. Avrei voluto avere un piccolo dolly, piuttosto, perché è uno strumento straordinario quando vuoi unire alto e basso, cioè disegnare linee trascendenti, o rompere un cerchio narrativo attraverso un “respiro di macchina”. Ma il dolly non ce l’avevo, e quindi ho dovuto fare di necessità virtù.

Come mai la scelta di lavorare con due direttori della fotografia?

Un uomo e una donna non hanno solo quattro occhi, ma soprattutto due sensibilità che si possono integrare in modo perfettamente funzionale. Due modi di vedere il mondo ti possono dare più possibilità di scelta. Come è di fatto avvenuto. Non credo che si sarebbe lavorato allo stesso modo con due uomini o due donne.

Certo che lei per essere un giovane regista ha le idee abbastanza chiare.
Tanto giovane non sono, vado per i 32.

In Italia lo è.
Appunto! In altri paesi sarei un regista e basta. In Italia sono anche “giovane”. Sa bene cosa vuol dire. E’ un cosiddetto “giovane” anche lei.

Come ha impostato il lavoro con gli attori?
Intanto premetto che ho avuto la fortuna di trovare due grandi attori, Anita Kravos e Alessandro Riceci. Il mio lavoro con loro è stato fondamentalmente impostato sul dialogo: ho cercato fin dall’inizio di condividere con loro il “mood” che cercavo di esprimere. Entrambi restituiscono sullo schermo la sospensione, l’indeterminatezza, la mancanza di direzione interiore che desideravo. Al punto che alla fine del lavoro io stesso, dopo averli diretti, ho perso la mia direzione. Ma questa è un’altra storia…

La protagonista del film è una prostituta, ma non è che si veda tantissimo il mondo della prostituzione.
Spero che si senta per assenza. Sarebbe meglio. Ad ogni modo mi interessava il principio simbolico, non il dato sociologico. Non sono bravo in quelle cose, e comunque non rientrano per il momento nella mia ricerca. Ho cercato di far sentire la violenza che la protagonista subisce senza mostrarla, utilizzando la canzone russa che
canta e la formula magica che recita come mezzi illusori di liberazione. Ciò credo che richiami per metonimia una prigione invisibile ma molto dura, una violenza radicale a cui si può rispondere solo con una difesa estrema da parte dell’immaginario individuale. Se è vero che l’uso del fuori campo è molto complicato, quando si riesce a farlo funzionare l’effetto è molto forte. In questo caso si mostra la causa, vista e rivista tante volte in tanti altri film, attraverso i suoi effetti e le risposte soggettive generate. Credo sia più interessante.

Cosa si aspetta da questo corto?
Non mi aspetto niente. Piuttosto spero che riesca a far provare un’emozione agli spettatori che lo guarderanno.

Lei non ha mire ambiziose...
Tutt’altro. Sento in giro sempre meno vibrazione interiore, scarsa ricerca della percezione “altra”. Questo riduce la vita a un numero frazionario. Io sono per gli interi esponenziali, per i numeri potenzialmente infiniti. Provare un’emozione è un allargamento della nostra vita, un’espansione siderale: farla provare, di riflesso, produce gli stessi effetti. La trova un’ambizione così da poco?

E’ per questo che vuole fare del cinema?
E’ per questo che vivo. Il cinema è solo il mezzo del momento.

FINE


lunedì 7 aprile 2008

LA VOCE DEL MARE
regia
Fabio Baccelliere


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