sabato 19 gennaio 2008
giovedì 3 gennaio 2008
(alias: degli italiani)
Carissimi lettori del blog,
sono molto felice di comunicarvi che il 2008 è cominciato nel migliore dei modi possibili!!! Il paese in cui viviamo e in cui moriamo, in cui sogniamo ad occhi aperti e ad occhi chiusi (ma soprattutto ad occhi chiusi: quando apriamo gli occhi proprio non ci si riesce a sognare…), in cui lavoriamo e felicemente paghiamo le equanimi tasse, in cui facciamo crescere i nostri figli e le nostra figlie, e contestualmente anche le nostre malattie nervose grazie alle rilassatezze della nostra paradisiaca guerriglia quotidiana (guerriglia nella quale a volte cadiamo valorosamente, come succede “ogni tanto” su qualche nostro luogo di lavoro…), ebbene il paese in cui viviamo (si chiama Italia, tanto per ricordarvelo) esiste ancora ed è più in forma, più bello e più prospero che mai!
Il nostro presidente del consiglio, infatti, poco prima della fine del funesto 2007 ha tranquillizzato gli italiani (a dire il vero, così conciato com’era lassù, sui quei monti sperduti, a mo’ di un extraterrestre rifiutato dalla sua specie, non è che avesse molto di tranquillizzante da comunicare): la notizia del sorpasso economico della rampante Spagna ai danni dell’italica Armata Brancaleone era solo una bufala. Un lazzo di fine dicembre. Uno scherzetto poco carino di quel birichino di Zapatero (ma si sa, i giovani governanti sono così, hanno il gusto della boutade!). Il nostro savio primo ministro ci ha rassicurati adducendo al suo discorso, più come una sorta di corroborante al miele per latte amaro più che come decente sostegno teorico-pratico, una preziosissima argomentazione, talmente “definitiva” e assoluta da aver immediatamente fugato le nebbie della decadenza, che negli ultimi tempi sono state fatte surrettiziamente addensare davanti agli occhi di noi apprensivi e troppo creduloni sudditi italiani (pardon, cittadini…) da parte di qualche ineffabile sabotatore del buon nome e del benessere nazionale.
Non credevo alle mie orecchie quando l’ho sentita e ai miei occhi quando l’ho letta. Ho creduto a una semplificazione dei giornalisti. Mi sono sbagliato: è tutto vero. Il nostro presidente del consiglio la pensa davvero così (ma ammettiamo anche che non la pensi così, come spero per la sua intelligenza; in ogni caso dice così e questo conta... e, sinceramente, non so cosa sia peggio!)
Dunque, espongo in breve.
Dice Prodi dai monti nevosi e irti, sul ciglio di gore profonde nelle quali non s'attosca mai (ahimè), che l’economia italiana non è stata superata da quella spagnola: il pil procapite italiano infatti è ancora superiore a quello spagnolo del 15% circa. Quindi l’Italia vive ancora un benessere superiore a quello della Espana ed il suo sistema-paese sopravanza ancora il sistema-paese iberico. Bene. Benissimo. Ora posso pagare più tranquillo il canone Rai aumentato a sfregio dei cittadini di 2 euro e il biglietto Bari-Roma che tra il 31 dicembre e il 1 gennaio è aumentato del 15,78%. Ora posso pagare con cuore sollevato e leggero la tassa rifiuti aumentata a Roma nell'ultimo anno del 18% (viva Walter, che ci salverà!!). Ora posso regalare con animo lieve il mio stipendio al padrone di casa (poverino, che c'entra lui, prenditela con le leggi del mercato, Fabio... Piccola parentesi: quando abbiamo parlato delle leggi del mercato e della domanda e dell'offerta in classe, nella IH -11 anni, dico 11 anni!- un ragazzino molto pratico mi ha detto: scusi professore, ma queste mele - usavamo il banco delle mele come luogo in cui si incontrano domanda e offerta - qualcuno le compra e qualcuno le vende, quindi non è il "mercato" che fa i prezzi, ma gli uomini che ci vanno, in questo "mercato").
Passo alla definizione di pil procapite: il pil procapite, cioè il prodotto interno lordo per cittadino, si può definire come il tasso medio di crescita della produzione procapite.
Il Pil procapite si fonda sullo stesso principio di calcolo del reddito procapite, da quale viene sostituito spesso nelle statistiche: la produzione totale è infatti spesso superiore alla redditività complessiva di un paese e può trarre in inganno sullo stato di salute del paese stesso. La sostanza del nostro discorso comunque non cambia, poichè il principio che presiede a entrambi gli indici è comune. Ad ogni modo, vediamo per completezza anche che cos’è il reddito medio procapite:
il reddito medio di un gruppo di persone è ottenuto dividendo il totale del reddito prodotto in un certo periodo per il numero medio di componenti del gruppo. Di solito è riportato in unità di moneta per un anno.
Come il PIL procapite, che è espresso però in termini percentuali, anche il reddito procapite è spesso usato per misurare il grado di benessere della popolazione di un paese, comparato agli altri paesi. Perché i diversi dati siano comparabili dev'essere espresso in termini di una moneta usata internazionalmente come l'Euro o il Dollaro.
Vorrei sottolineare che questi indici "procapite" non sempre (o quasi mai) rappresentano in maniera corretta il benessere di un paese, soprattutto quando si confrontano paesi economicamente e culturalmente molto diversi e soprattutto quando "quantificano" economie appartenenti alla fase del capitalismo maturo.
In primo luogo l'attività economica che non crea redditi monetari, come servizi creati all'interno delle famiglie o il baratto non sono tenuti in considerazione. L'importanza di questi servizi varia notevolmente da paese a paese.
Inoltre le differenti valute dei vari paesi convertite ad una valuta internazionalmente riconosciuta non sempre rispettano correttamente i poteri di acquisto reali delle monete. Il reddito procapite va infatti corretto con i dati dei prezzi dei beni e dei servizi principali di cui usufruiscono i cittadini: con queste modifiche, otteniamo degli indici nuovi basati sulla PPP (parità dei poteri d’acquisto)
Ma soprattutto, amici lettori, il reddito procapite e il pil procapite non indicano la distribuzione del reddito all'interno di un paese, cosicché un piccolo gruppo di persone straricche può far aumentare notevolmente il reddito medio dell'intera popolazione di cui la maggioranza può essere poverissima.
Insomma Romano Prodi vuole raccontarci la sua verità usando uno dei metodi più abusati degli ultimi ottocento anni: quello della statistica. In base alla statistica, infatti, noi italiani stiamo bene, possiamo sorridere e grazie sempre alla statistica arriviamo anche tranquillamente alla fine del mese. Meno male che c’è lei. Ora non mi sentirò più povero quando penserò di non potermi permettere l'automobile, poichè l'Italia è uno dei paesi con il più alto rapporto di automobile per abitante e quindi anche io, per la statistica, ne possiedo sempre una. Grazie Madonna Statistica, grazie a te e alle tue ancelle... sì le tue ancelle, o Vergine Santa, le suadenti Medie... Vorrei ricordarle, queste fanciulle dagli occhi azzurri, i seni al vento che fanno ciao agli italiani e gli ricordano quant'è grande e ricca questa penisola (prossima isola...), e con gli occhi stillanti lussuria gli suggeriscono prospettive future con parole che scivolano contorte dalla fessura allusiva tra le labbra carnose...
Mi rivolgo direttamente a lei, signor Prodi.
Fuor di metafora e di scherzo, dovrebbe ricordare ai suoi sudditi, caro presidente, che la “media” è un dato poco significativo se non sappiamo a che cosa si riferisce, su quale base è calcolata, con quale criterio è definita.
Diceva Des McHale che «l’umano medio ha una mammella e un testicolo». Oppure Rita Mae Brown ci ricorda argutamente che «le statistiche dicono che uno su quattro soffre di qualche malattia mentale. Pensa ai tuoi tre migliori amici. Se stanno bene, vuol dire che sei tu. ».
Quello che vorrei che non dimenticasse, caro presidente, è che la media, comunque calcolata, è un concetto astratto. Una delle poche certezze assolute della statistica è che ciò che è “medio” non esiste. Ogni cosa si colloca necessariamente sopra o sotto il dato “medio”. Per questo, e per tutto il resto che non ho tempo di dire, io credo...
...che lei, come tutti i suoi compagni di merenda (e colazione, e pranzo, e cena) impoveriate coscientemente la massa dei cittadini tutti i santi giorni dell’anno, dal primo all’ultimo, arricchendo automaticamente, per la legge dei vasi comunicanti, una ristretta e privilegiata minoranza (di cui però, glielo riconosco, lei non fa parte, vista la sua sobria e misera dichiarazione dei redditi). E credo che tutti i santi (o meno santi) giorni, signor Prodi,“correggiate” con la media la vergognosa sperequazione della ricchezza, che causerà, o sta già causando, la distruzione (anzi, la "polverizzazione") di questo paese. Io credo che con il phard delle cifre voi nascondiate artatamente le lacrime del popolo italiano, e credo soprattutto che da quindici anni voi stiate attuando con scalarità scientifica e gradualità chirurgica il "genocidio" sociale ed economico (e contestualmente "culturale") di questo paese. Il genocidio sociale, economico e culturale... il genocidio sociale, economico e culturale per ridurlo in briciole e di quelle briciole far nutrire per anni gli uccelli-sciacalli delle banche di cui tanto siete amici. Piccole sciocchezze, signor presidente. Piccole sciocchezze di valore non quantificabile. Fuor di media, quindi fuor di chiave. Senza lettura perchè senza dato.
E credo inoltre che lei e i suoi amici abbiate scambiato gli italiani per i polli di Trilussa. Certo lei, uomo di cultura fine ma di base popolare, la storiella alla quale mi riferisco ben la conosce. Vorrei riproporla nella sua versione originale. Se la goda tutta. Ma non la legga in romanesco, per favore!
Sai ched’è la statistica?
martedì 18 dicembre 2007
venerdì 14 dicembre 2007
Il paese dei ladri
L'uomo è "ladro".
L'italiano, poi, lo è in modo speciale.
Ma se un giorno arrivasse l'uomo onesto? Riuscirebbe a diventare il veltro e a mettere in fuga la fiera della cupidigia?
Leggete l' "opinione" di Calvino in questo racconto del 1944.
"C’era un paese dove erano tutti ladri. La notte ogni abitante usciva, coi grimaldelli e la lanterna cieca, e andava a scassinare la casa di un vicino. Rincasava all’alba, carico, e trovava la casa svaligiata.
E così tutti vivevano in concordia e senza danno, poiché l’uno rubava all’altro, e questo a un altro ancora e così via, finché non si arrivava a un ultimo che rubava al primo. Il commercio in quel paese si praticava sotto forma d’imbroglio e da parte di chi vendeva e da parte di chi comprava. Il governo era un’associazione a delinquere ai danni dei sudditi, e i sudditi dal canto loro badavano solo a frodare il governo. Così la vita proseguiva senza inciampi, e non c’erano né ricchi né poveri.
Ora, non si sa come, accadde che nel paese si venisse a trovare un uomo onesto. La notte, invece si uscirsene col sacco e la lanterna, stava in casa a fumare e a leggere romanzi. Venivano i ladri, vedevano la luce accesa e non salivano.
Questo fatto durò per un poco: poi bisognò fargli comprendere che se lui voleva vivere senza far niente, non era una buona ragione per non lasciare fare agli altri. Ogni notte che lui passava in casa, era una famiglia che non mangiava l’indomani.
Di fronte a queste ragioni l’uomo onesto non poteva opporsi. Prese anche lui a uscire la sera per tornare all’alba, ma a rubare non ci andava. Onesto era, non c’era nulla da fare. Andava fino al ponte e stava a veder l’acqua sotto. Tornava a casa, e la trovava svaligiata.
In meno di una settimana l’uomo onesto si trovò senza un soldo, senza di che mangiare, con la casa vuota. Ma fin qui poco male, perché era colpa sua; il guaio era che da questo suo modo di fare ne nasceva tutto uno scombinamento.
Perché lui si faceva rubare tutto e intanto non rubava a nessuno; così c’era sempre qualcuno che rincasando all’alba trovava la casa intatta: la casa che avrebbe dovuto svaligiare lui. Fatto sta che dopo un poco quelli che non venivano derubati si trovarono a essere più ricchi degli altri e a non voler più rubare. E, d’altronde, quelli che venivano per rubare in casa dell’uomo onesto la trovavano sempre vuota; così diventavano poveri.
Intanto, quelli diventati ricchi presero l’abitudine anche loro di andare la notte sul ponte, a veder l’acqua che passava sotto. Questo aumentò lo scompiglio, perché ci furono molti altri che diventarono ricchi e molti altri che diventarono poveri.
Ora, i ricchi videro che ad andare la notte sul ponte, dopo un po’ sarebbero diventati poveri. E pensarono: «Paghiamo dei poveri che vadano a rubare per conto nostro». Si fecero i contratti, furono stabiliti i salari, le percentuali: naturalmente sempre ladri erano, e cercavano di ingannarsi gli uni con gli altri. Ma, come succede, i ricchi diventavano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.
C’erano dei ricchi così ricchi da non aver più bisogno di rubare e di far rubare per continuare a esser ricchi. Però, se smettevano di rubare diventavano poveri perché i poveri li derubavano. Allora pagarono i più poveri dei poveri per difendere la loro roba dagli altri poveri, e così istituirono la polizia, e costruirono le carceri.
In tal modo, già pochi anni dopo l’avvenimento dell’uomo onesto, non si parlava più di rubare o di esser derubati ma solo di ricchi o di poveri; eppure erano sempre tutti ladri.
Di onesti c’era stato solo quel tale, ed era morto subito, di fame."
mercoledì 12 dicembre 2007
sabato 8 dicembre 2007
sabato 24 novembre 2007
Lettera aperta
(Scuola Media Lombardo Radice, anno scolastico 2007-2008)
Carissime ragazze e carissimi ragazzi
comincio questa lettera con alcune righe tratte da un libro che avrei voluto leggere con voi in classe nei prossimi mesi e che adesso vi invito a leggere a casa, quando e se ne avrete tempo e, spero, voglia. Se ne vorrete discutere potrete scrivermi tranquillamente:
“Un tempo lontano, quando avevo sei anni, in un libro sulle foreste primordiali, intitolato «Storie vissute della natura», vidi un magnifico disegno. Rappresentava un serpente boa nell’atto di inghiottire un animale. Eccovi la copia del disegno. C’era scritto: «I boa mangiano la loro preda tutta intera, senza masticarla. Dopo di che non riescono più a muoversi e dormono durante i sei mesi che la digestione richiede». Meditai a lungo sulle avventure della giungla. E a mia volta riuscii a tracciare il mio primo disegno. Il mio disegno numero uno. Era così:
Mostrai il mio capolavoro alle persone grandi, domandando se il disegno li spaventava. Ma mi risposero: «Spaventare? Perché mai uno dovrebbe essere spaventato da un cappello?». Il mio disegno non era il disegno di un cappello. Era il disegno di un boa che digeriva un elefante. Affinché vedessero chiaramente cos’era, disegnai l’interno del boa. Bisogna sempre spiegargliele le cose, ai grandi. Il mio disegno numero due si presentava così:

Questa volta mi risposero di lasciare da parte i boa, sia di fuori che di dentro, e di applicarmi invece alla geografia, alla storia, all’aritmetica e alla grammatica. Fu così che a sei anni io rinunciai a quella che avrebbe potuto essere la mia gloriosa carriera di pittore. Il fallimento del mio disegno numero uno e del mio disegno numero due mi aveva disanimato. I grandi non capiscono mai niente da soli e i bambini si stancano a spiegargli tutto ogni volta. Allora scelsi un’altra professione e imparai a pilotare gli aeroplani […] Ho incontrato molte persone importanti nella mia vita, ho vissuto a lungo in mezzo ai grandi. Li ho conosciuti intimamente, li ho osservati proprio da vicino. Ma l’opinione che avevo di loro non è molto migliorata. Quando ne incontravo uno che mi sembrava di mente aperta, tentavo l’esperimento del mio disegno numero uno, che ho sempre conservato. Cercavo di capire così se era veramente una persona comprensiva. Ma chiunque fosse, uomo o donna, mi rispondeva: «E’ un cappello». E allora non parlavo di boa, di foreste primordiali, di stelle. Mi abbassavo al suo livello. Gli parlavo di bridge, di golf, di politica, di cravatte. E lui era del tutto soddisfatto di avere incontrato una persona tanto sensibile”
Care ragazze e cari ragazzi, questa lettera è partita così perchè il mio modo di insegnare è nato e si è sviluppato, non molto tempo fa, proprio dalla lettura di queste righe.
Oggi sono felice perchè i temi del vostro ultimo compito in classe sono pieni di fantasia.
Ciascuno di voi, in modo differente e originale, ha creato storie piene di eventi imprevedibili, di intrecci inaspettati, di svolte improvvise ed ha immaginato un 2100 di volta in volta diversissimo e sempre unico. Catapultati dalla traccia del compito in un futuro lontano, mi avete fatto capire quanto ancora avete da dire e raccontare al vostro presente e alle persone che lo abitano, quanti disegni avete da fare, quante parole avete da scrivere e pronunciare, quanta ansia avete di esprimervi e quanto bisogno avete che qualcuno vi aiuti a farlo. E poi mi avete mostrato quanta paura provate di fronte al pensiero del tempo che verrà.
NON ABBIATE PAURA DI AVERE PAURA!
E, SOPRATTUTTO, MOSTRATELA SENZA VERGOGNA A CHI E' IN GRADO DI GUARDARLA
CHIUDERE GLI OCCHI.
GRAZIE.
Con affetto.
Fabio Baccelliere