sabato 19 gennaio 2008

Ladri di biciclette
(1948-2008):
non fu "neorealismo" bensì
un'ipotesi di cinema "futurealista" ?
Rivedo stamattina "Ladri di bicicletta" di De Sica.
Un pensiero mi coglie improvviso durante l'estasiata visione. In realtà De Sica non ha voluto girare un film neorealista, ma un film "futurealista": un film, cioè, d'ambientazione contemporanea che però parla di un futuro prossimo o lontano. Ambientazione 1948 per un discorso sul 2008. 60 anni esatti.
Prima scena del capolavoro di De Sica: un gruppo di disoccupati si accalca davanti all'ufficio di collocamento in attesa che l'impiegato, dall'alto dei gradini, chiami il loro nome per proporgli un lavoro. Un'attesa che può durare ore, giorni, mesi o anni...
C'è un posto da tornitore, uno da muratore e uno da "attacchino" di manifesti per il comune di Roma. Ricci viene chiamato per quest'ultimo impiego, ma non è assieme a tutti gli altri poveri cristi in attesa della "chiamata": è sdraiato sulla ghiaia, a due-trecento metri di distanza dalla calca, stremato da anni di disoccupazione e da albe passate in piedi di fronte alla porta dell'ufficio di collocamento, porta che è come l'ingresso dell'inferno che però, da un momento all'altro, può trasformarsi in ingresso del paradiso. Scena anarchica, letteralmente, questa di De Sica, che attua una separazione inconciliabile tra il suo protagonista e il resto del mondo, e ne certifica l'inadeguatezza che è anche incapacità di capirne la logica.
E infatti Ricci non comprende com'è possibile che gli arrivi improvvisamente la Grazie di un impiego "municipale", come lo chiama lui, senza che gli sia consentito di toccarla facilmente, questa stessa Grazia: per prendere il posto deve infatti presentarsi all'ufficio comunale con la bicicletta, poichè il comune non la fornisce, come sarebbe ovvio, in dotazione. Come tutti sappiamo, sarà questa macchia originaria non redenta, questa bicicletta prima riconquistata e poi persa, a condannarlo come "peccatore sociale" e a fargli perdere il posto. Forse molti non saranno d'accordo, ma per me "Ladri di biciclette" è una sublime parabola anti-religiosa (anti-cattolica), al di là forse delle intenzioni dello stesso De Sica.
Roma 2008. Il prof Baccelliere ha perso il posto di lavoro di insegnante presso la scuola media Lombardo Radice. Per dirla in gergo, ha perso la "cattedra". A dire il vero, anzi, non l'aveva mai avuta, poichè poggiava il suo sedere su quella di un altro docente (altra docente): la sua colpa originaria non mendata, insomma, era quella di "non avere la bicicletta". No bicicletta no school, caro professor Baccelliere... o almeno, ci vada a piedi.
Due settimane dopo arriva la telefonata da una scuola media di Fiumicino. Stavolta, pensa il prof Bacc, è il caso di portare la bicicletta, per scaramanzia... e infatti si reca a Fiumicino in bicicletta. Parte di buon'ora per pedalare in scioltezza e percorrere in tranquillità i 35 km di distanza. Arriva.
Una calca di 20 professori di svariata età e provenienza si accalca davanti alla porta infernale dell'ufficio della segretaria, che alle 9e30 precise farà le "chiamate". Quella porta diventerà l'ingresso del paradiso per 4 di loro: ci sono tre cattedre altrui disponibili fino al 30 giugno e una fino al 30 agosto.
Il prof Bacc, stanco per la lunga pedalata e stanco di sentirsi un povero alla mensa dei poveri in attesa di ritirare la sporta di pane con il buono settimanale, si separa dalla calca e si stende su una panchina di una strana sala d'attesa, che non gli era mai capitato di vedere in nessuna scuola. Si sente febbricitante e sente dentro di sè frammenti di delirio comporsi scomposti, pronti ad uscire dalla sua bocca.
Poi una voce lo chiama. Lui non sente, ma un collega che lo conosce ulula il suo nome. "Bacc porca miseria ti hanno chiamato! Devi fare sempre le cose diverse dagli altri, che Cristo! Alzati, hai preso l'ultimo posto disponibile" "Davvero. Cazzo, ma qui è lontanissimo, la zona è servita malissimo dai mezzi pubblici, non ho l'auto e neppure la moto. Come cazzo vengo la mattina alle otto qui?" "Hai sempre la tua bicicletta, no?""Giusto, ho sempre la mia cazzo di bicicletta! E ha pure il cambio Shimano! Cazzo!"
Il prof Bacc si alza e va dalla segretaria. Sta per accettare la proposta quando una collega anziana fa capolino nell'ufficio.
Ha un punto più di lui in graduatoria.
Ha almeno venticinque anni più di lui.
E' alta più o meno cinque centimetri più di lui.
Ha addosso un cappotto di Prada che vale almeno cento volte la giacca che ha indosso lui.
Mentre conteggia tutte queste differenze di quest'impari confronto il prof Bacc perde il suo posto. Ancora una volta il prof Bacc resta senza cattedra.
La prossima volta, pensa, mi porto una cattedra enorme da casa e la piazzo all'ingresso della scuola che mi chiama. Così non me la possono togliere. Mi ci siedo su e mi ci incollo il culo con l'Attack. Non voglio mica insegnare chissà cosa: mi basta raccontare due o tre cose sull'Italia contemporanea...
Il prof Bacc, febbre alta e mal di vivere, esce sconsolato da scuola pensando alle bollette di condominio arretrate e ai 35 km da pedalare nonostante le gambe spezzate e il morale maciullato. Pensa però che avere la sua bicicletta vuol dire sempre e comunque libertà, e pensa che sfreccerà anche questa volta lungo una strada, e vedrà un pezzo di fiume, o un frammento di mare, e qualche spazio vuoto da riempire con la fantasia e con quella musica che gli risuona sempre dentro, e allora si rincuora, e si prepara per l'ennesima pedalata. Deve essere fatta in scioltezza, senza forzare i muscoli. Sì, pensa, sarà una pedalata solubile fino a Roma. Le schifezze della vita alla fine si possono sciogliere tutte!
Ma c'è sempre un "ma". E qui il "ma" è che la bicicletta non c'è più. Sparita. Svanita. Il prof Bacc pensa che adesso non solo non ha una cattedra, ma neppure la sua bicicletta. Vede in lontananza un ragazzino pedalare e urlare ad un compagno a poca distanza: "Cazzo, ha pure il cambio Shimano". Lentamente, il prof si dirige verso di loro.
Loro si fermano, lo guardano, e poi velocemente si dileguano. Quello a piedi scompare in certe viuzze complicate. l'altro svanisce velocissimamente facendo andare la bici come una moto, lungo una strada in lieve salita che romperebbe le gambe a un ciclista.
"Che razza di rapporto sta usando, quello stronzetto?" pensa il prof Bacc. "Ma guarda come fila...". Il prof Bacc resta immobile. Una luce lo ha immobilizzato in un fotogramma di rinnovata coscienza.
Il prof Bacc ha capito. Il prof Bacc ora capisce. Il problema vero è uno. Non c'entra la cattedra, non c'entra la bicicletta e il cambio Shimano.
Il fatto è che dovrebbe allenarsi di più. Dovrebbe imparare a pedalare più forte. A spingere un rapporto più duro. Nelle strade in salita non si può sempre pedalare in scioltezza.
Il prof Bacc si avvia a piedi. Non sa dove perchè non conosce Fiumicino. Da qualche parte troverà una fermata d'autobus. O forse qualcuno che gli venda un'altra bicicletta.

giovedì 3 gennaio 2008

Il genocidio dei polli di Trilussa
(alias: degli italiani)

Carissimi lettori del blog,
sono molto felice di comunicarvi che il 2008 è cominciato nel migliore dei modi possibili!!! Il paese in cui viviamo e in cui moriamo, in cui sogniamo ad occhi aperti e ad occhi chiusi (ma soprattutto ad occhi chiusi: quando apriamo gli occhi proprio non ci si riesce a sognare…), in cui lavoriamo e felicemente paghiamo le equanimi tasse, in cui facciamo crescere i nostri figli e le nostra figlie, e contestualmente anche le nostre malattie nervose grazie alle rilassatezze della nostra paradisiaca guerriglia quotidiana (guerriglia nella quale a volte cadiamo valorosamente, come succede “ogni tanto” su qualche nostro luogo di lavoro…), ebbene il paese in cui viviamo (si chiama Italia, tanto per ricordarvelo) esiste ancora ed è più in forma, più bello e più prospero che mai!
Il nostro presidente del consiglio, infatti, poco prima della fine del funesto 2007 ha tranquillizzato gli italiani (a dire il vero, così conciato com’era lassù, sui quei monti sperduti, a mo’ di un extraterrestre rifiutato dalla sua specie, non è che avesse molto di tranquillizzante da comunicare): la notizia del sorpasso economico della rampante Spagna ai danni dell’italica Armata Brancaleone era solo una bufala. Un lazzo di fine dicembre. Uno scherzetto poco carino di quel birichino di Zapatero (ma si sa, i giovani governanti sono così, hanno il gusto della boutade!). Il nostro savio primo ministro ci ha rassicurati adducendo al suo discorso, più come una sorta di corroborante al miele per latte amaro più che come decente sostegno teorico-pratico, una preziosissima argomentazione, talmente “definitiva” e assoluta da aver immediatamente fugato le nebbie della decadenza, che negli ultimi tempi sono state fatte surrettiziamente addensare davanti agli occhi di noi apprensivi e troppo creduloni sudditi italiani (pardon, cittadini…) da parte di qualche ineffabile sabotatore del buon nome e del benessere nazionale.
Non credevo alle mie orecchie quando l’ho sentita e ai miei occhi quando l’ho letta. Ho creduto a una semplificazione dei giornalisti. Mi sono sbagliato: è tutto vero. Il nostro presidente del consiglio la pensa davvero così (ma ammettiamo anche che non la pensi così, come spero per la sua intelligenza; in ogni caso dice così e questo conta... e, sinceramente, non so cosa sia peggio!)
Dunque, espongo in breve.
Dice Prodi dai monti nevosi e irti, sul ciglio di gore profonde nelle quali non s'attosca mai (ahimè), che l’economia italiana non è stata superata da quella spagnola: il pil procapite italiano infatti è ancora superiore a quello spagnolo del 15% circa. Quindi l’Italia vive ancora un benessere superiore a quello della Espana ed il suo sistema-paese sopravanza ancora il sistema-paese iberico. Bene. Benissimo. Ora posso pagare più tranquillo il canone Rai aumentato a sfregio dei cittadini di 2 euro e il biglietto Bari-Roma che tra il 31 dicembre e il 1 gennaio è aumentato del 15,78%. Ora posso pagare con cuore sollevato e leggero la tassa rifiuti aumentata a Roma nell'ultimo anno del 18% (viva Walter, che ci salverà!!). Ora posso regalare con animo lieve il mio stipendio al padrone di casa (poverino, che c'entra lui, prenditela con le leggi del mercato, Fabio... Piccola parentesi: quando abbiamo parlato delle leggi del mercato e della domanda e dell'offerta in classe, nella IH -11 anni, dico 11 anni!- un ragazzino molto pratico mi ha detto: scusi professore, ma queste mele - usavamo il banco delle mele come luogo in cui si incontrano domanda e offerta - qualcuno le compra e qualcuno le vende, quindi non è il "mercato" che fa i prezzi, ma gli uomini che ci vanno, in questo "mercato").

Passo alla definizione di pil procapite: il pil procapite, cioè il prodotto interno lordo per cittadino, si può definire come il tasso medio di crescita della produzione procapite.
Il Pil procapite si fonda sullo stesso principio di calcolo del reddito procapite, da quale viene sostituito spesso nelle statistiche: la produzione totale è infatti spesso superiore alla redditività complessiva di un paese e può trarre in inganno sullo stato di salute del paese stesso. La sostanza del nostro discorso comunque non cambia, poichè il principio che presiede a entrambi gli indici è comune. Ad ogni modo, vediamo per completezza anche che cos’è il reddito medio procapite:
il reddito medio di un gruppo di persone è ottenuto dividendo il totale del reddito prodotto in un certo periodo per il numero medio di componenti del gruppo. Di solito è riportato in unità di moneta per un anno.
Come il PIL procapite, che è espresso però in termini percentuali, anche il reddito procapite è spesso usato per misurare il grado di benessere della popolazione di un paese, comparato agli altri paesi. Perché i diversi dati siano comparabili dev'essere espresso in termini di una moneta usata internazionalmente come l'Euro o il Dollaro.

Vorrei sottolineare che questi indici "procapite" non sempre (o quasi mai) rappresentano in maniera corretta il benessere di un paese, soprattutto quando si confrontano paesi economicamente e culturalmente molto diversi e soprattutto quando "quantificano" economie appartenenti alla fase del capitalismo maturo.

In primo luogo l'attività economica che non crea redditi monetari, come servizi creati all'interno delle famiglie o il baratto non sono tenuti in considerazione. L'importanza di questi servizi varia notevolmente da paese a paese.
Inoltre le differenti valute dei vari paesi convertite ad una valuta internazionalmente riconosciuta non sempre rispettano correttamente i poteri di acquisto reali delle monete. Il reddito procapite va infatti corretto con i dati dei prezzi dei beni e dei servizi principali di cui usufruiscono i cittadini: con queste modifiche, otteniamo degli indici nuovi basati sulla PPP (parità dei poteri d’acquisto)

Ma soprattutto, amici lettori, il reddito procapite e il pil procapite non indicano la distribuzione del reddito all'interno di un paese, cosicché un piccolo gruppo di persone straricche può far aumentare notevolmente il reddito medio dell'intera popolazione di cui la maggioranza può essere poverissima.

Insomma Romano Prodi vuole raccontarci la sua verità usando uno dei metodi più abusati degli ultimi ottocento anni: quello della statistica. In base alla statistica, infatti, noi italiani stiamo bene, possiamo sorridere e grazie sempre alla statistica arriviamo anche tranquillamente alla fine del mese. Meno male che c’è lei. Ora non mi sentirò più povero quando penserò di non potermi permettere l'automobile, poichè l'Italia è uno dei paesi con il più alto rapporto di automobile per abitante e quindi anche io, per la statistica, ne possiedo sempre una. Grazie Madonna Statistica, grazie a te e alle tue ancelle... sì le tue ancelle, o Vergine Santa, le suadenti Medie... Vorrei ricordarle, queste fanciulle dagli occhi azzurri, i seni al vento che fanno ciao agli italiani e gli ricordano quant'è grande e ricca questa penisola (prossima isola...), e con gli occhi stillanti lussuria gli suggeriscono prospettive future con parole che scivolano contorte dalla fessura allusiva tra le labbra carnose...

Mi rivolgo direttamente a lei, signor Prodi.
Fuor di metafora e di scherzo, dovrebbe ricordare ai suoi sudditi, caro presidente, che la “media” è un dato poco significativo se non sappiamo a che cosa si riferisce, su quale base è calcolata, con quale criterio è definita.
Diceva Des McHale che «l’umano medio ha una mammella e un testicolo». Oppure Rita Mae Brown ci ricorda argutamente che «le statistiche dicono che uno su quattro soffre di qualche malattia mentale. Pensa ai tuoi tre migliori amici. Se stanno bene, vuol dire che sei tu. ».
Quello che vorrei che non dimenticasse, caro presidente, è che la media, comunque calcolata, è un concetto astratto. Una delle poche certezze assolute della statistica è che ciò che è “medio” non esiste. Ogni cosa si colloca necessariamente sopra o sotto il dato “medio”. Per questo, e per tutto il resto che non ho tempo di dire, io credo...

...che lei, come tutti i suoi compagni di merenda (e colazione, e pranzo, e cena) impoveriate coscientemente la massa dei cittadini tutti i santi giorni dell’anno, dal primo all’ultimo, arricchendo automaticamente, per la legge dei vasi comunicanti, una ristretta e privilegiata minoranza (di cui però, glielo riconosco, lei non fa parte, vista la sua sobria e misera dichiarazione dei redditi). E credo che tutti i santi (o meno santi) giorni, signor Prodi,“correggiate” con la media la vergognosa sperequazione della ricchezza, che causerà, o sta già causando, la distruzione (anzi, la "polverizzazione") di questo paese. Io credo che con il phard delle cifre voi nascondiate artatamente le lacrime del popolo italiano, e credo soprattutto che da quindici anni voi stiate attuando con scalarità scientifica e gradualità chirurgica il "genocidio" sociale ed economico (e contestualmente "culturale") di questo paese. Il genocidio sociale, economico e culturale... il genocidio sociale, economico e culturale per ridurlo in briciole e di quelle briciole far nutrire per anni gli uccelli-sciacalli delle banche di cui tanto siete amici. Piccole sciocchezze, signor presidente. Piccole sciocchezze di valore non quantificabile. Fuor di media, quindi fuor di chiave. Senza lettura perchè senza dato.

E credo inoltre che lei e i suoi amici abbiate scambiato gli italiani per i polli di Trilussa. Certo lei, uomo di cultura fine ma di base popolare, la storiella alla quale mi riferisco ben la conosce. Vorrei riproporla nella sua versione originale. Se la goda tutta. Ma non la legga in romanesco, per favore!

“La Statistica”

Sai ched’è la statistica?
È ’na cosa
che serve pe’ fa’ un conto in generale
de la gente che nasce, che sta male,
che more, che va in carcere e che sposa.
Ma pe’ me la statistica curiosa
è dove c’entra la percentuale,
pe’ via che, lì, la media è sempre eguale
puro co’ la persona bisognosa.
Me spiego: da li conti che se fanno
secondo le statistiche d’adesso
risurta che te tocca un pollo all’anno:
e, se nun entra ne le spese tue,t’entra ne la statistica lo stesso
perché c’è un antro che ne magna due.
(Trilussa)


martedì 18 dicembre 2007

Cambiare costa. Distruggere l'abitudine ha un prezzo. Strappare le catene fa sanguinare i polsi...
E allora noi vili
che amavamo la sera
bisbigliante, le case,
i sentieri sul fiume,
le luci rosse e sporche
di quei luoghi, il dolore
addolcito e taciuto -
noi strappammo le mani
dalla viva catena
e tacemmo, ma il cuore
ci sussultò di sangue,
e non fu più dolcezza,
non fu più abbandonarsi
al sentiero sul fiume -
non più servi, sapemmo
di essere soli e vivi.
(C.Pavese)

venerdì 14 dicembre 2007

Il paese dei ladri

L'uomo è "ladro".

L'italiano, poi, lo è in modo speciale.

Ma se un giorno arrivasse l'uomo onesto? Riuscirebbe a diventare il veltro e a mettere in fuga la fiera della cupidigia?

Leggete l' "opinione" di Calvino in questo racconto del 1944.


"C’era un paese dove erano tutti ladri. La notte ogni abitante usciva, coi grimaldelli e la lanterna cieca, e andava a scassinare la casa di un vicino. Rincasava all’alba, carico, e trovava la casa svaligiata.
E così tutti vivevano in concordia e senza danno, poiché l’uno rubava all’altro, e questo a un altro ancora e così via, finché non si arrivava a un ultimo che rubava al primo. Il commercio in quel paese si praticava sotto forma d’imbroglio e da parte di chi vendeva e da parte di chi comprava. Il governo era un’associazione a delinquere ai danni dei sudditi, e i sudditi dal canto loro badavano solo a frodare il governo. Così la vita proseguiva senza inciampi, e non c’erano né ricchi né poveri.


Ora, non si sa come, accadde che nel paese si venisse a trovare un uomo onesto. La notte, invece si uscirsene col sacco e la lanterna, stava in casa a fumare e a leggere romanzi. Venivano i ladri, vedevano la luce accesa e non salivano.
Questo fatto durò per un poco: poi bisognò fargli comprendere che se lui voleva vivere senza far niente, non era una buona ragione per non lasciare fare agli altri. Ogni notte che lui passava in casa, era una famiglia che non mangiava l’indomani.


Di fronte a queste ragioni l’uomo onesto non poteva opporsi. Prese anche lui a uscire la sera per tornare all’alba, ma a rubare non ci andava. Onesto era, non c’era nulla da fare. Andava fino al ponte e stava a veder l’acqua sotto. Tornava a casa, e la trovava svaligiata.
In meno di una settimana l’uomo onesto si trovò senza un soldo, senza di che mangiare, con la casa vuota. Ma fin qui poco male, perché era colpa sua; il guaio era che da questo suo modo di fare ne nasceva tutto uno scombinamento.

Perché lui si faceva rubare tutto e intanto non rubava a nessuno; così c’era sempre qualcuno che rincasando all’alba trovava la casa intatta: la casa che avrebbe dovuto svaligiare lui. Fatto sta che dopo un poco quelli che non venivano derubati si trovarono a essere più ricchi degli altri e a non voler più rubare. E, d’altronde, quelli che venivano per rubare in casa dell’uomo onesto la trovavano sempre vuota; così diventavano poveri.


Intanto, quelli diventati ricchi presero l’abitudine anche loro di andare la notte sul ponte, a veder l’acqua che passava sotto. Questo aumentò lo scompiglio, perché ci furono molti altri che diventarono ricchi e molti altri che diventarono poveri.
Ora, i ricchi videro che ad andare la notte sul ponte, dopo un po’ sarebbero diventati poveri. E pensarono: «Paghiamo dei poveri che vadano a rubare per conto nostro». Si fecero i contratti, furono stabiliti i salari, le percentuali: naturalmente sempre ladri erano, e cercavano di ingannarsi gli uni con gli altri. Ma, come succede, i ricchi diventavano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.
C’erano dei ricchi così ricchi da non aver più bisogno di rubare e di far rubare per continuare a esser ricchi. Però, se smettevano di rubare diventavano poveri perché i poveri li derubavano. Allora pagarono i più poveri dei poveri per difendere la loro roba dagli altri poveri, e così istituirono la polizia, e costruirono le carceri.

In tal modo, già pochi anni dopo l’avvenimento dell’uomo onesto, non si parlava più di rubare o di esser derubati ma solo di ricchi o di poveri; eppure erano sempre tutti ladri.
Di onesti c’era stato solo quel tale, ed era morto subito, di fame."

mercoledì 12 dicembre 2007

Tempo che passa
Oggi sono triste.
Capita, è bene così.
Giornate come questa
sono per me vere e proprie sedute di inconcludente filosofia:
sono intrise di pensiero e riflessioni sul senso della vita,
ma inevitabilmente e ironicamente
anche bagnate dalla mancanza di risposte,
come spugne grondanti d'acqua.
Oggi, in particolare, penso al tempo
e mi rendo conto, come ogni volta,
che il tempo è im-pensabile.
Credo di pensarlo ma in realtà è come se cercassi di prendere in mano l'aria.
Il tempo è un non-concetto.
Il tempo non si può definire.
Per fortuna.
Di esso, insomma, posso dire di non sapere nulla.
So soltanto che non posso permettermi di perderlo.
Guardo a miei giovanissimi studenti e capisco,
da quello che dicono e da quello che fanno,
che pensano di avere un tempo infinito davanti.
Non voglio fargli lezioni sulla fragilità della vita umana,
ma vorrei dirgli tante volte di non buttarne via neanche un po'.
Di tempo non ce n'è mai abbastanza,
anche una goccia di esso contribuisce a rimpinguare quel piccolo bicchiere che è la vita.
Se leggeranno questo post,
spero che i miei studenti ascoltino la canzone di Branduardi in calce.
Scusate, non posso dire altro: il tempo fugge.

sabato 8 dicembre 2007

"Non insegnate ai bambini"
(Il disincanto del mondo adulto)
In questi giorni abbiamo letto in classe (II H, SMS "Lombardo Radice") un racconto di fantascienza. Brevissima sinossi: all'interno di una scuola del futuro, in cui convivono umani e androidi, i bambini veri, condizionati da una moda improvvisa, hanno assunto comportamenti e movenze dei robot, espungendo dalla loro vita emozioni e sentimenti; i giovani robot, viceversa, hanno acquisito il mondo interiore negato dagli esseri umani al punto che il preside, nella sua ronda quotidiana, sorprende in un'aula due ragazzini androidi che si dichiarano amore eterno.
Ho domandato ai ragazzi se secondo loro in un prossimo futuro, vicino o lontano, gli uomini possano smarrire la capacità di amare ed emozionarsi e magari i robot acquisirla a loro volta. Neanche uno di loro ha accettato quest'idea. Neppure uno ha ceduto di un passo dalla propria posizione, neppure uno ha modificato di una virgola la propria idea. "L'uomo non può perdere l'amore, sennò significa che non è un uomo", ha risposto testualmente uno di loro. Avrei voluto rispondere che spesso, purtroppo, accade nel nostro mondo che alcuni uomini perdono l'amore e che quindi cessano di essere uomini.
Non l'ho fatto, ho bloccato la frase sulla punta della lingua. Ho capito all'ultimo istante che la sua risposta era più profonda della mia: voleva dire che un uomo ha sempre dentro di sè l'amore, anche se in apparenza lo perde, anche se si comporta nel peggiore dei modi, anche se lo nasconde. Difatti subito dopo le sue parole hanno confermato la mia intuizione: mi ha spiegato, a parole sue, che non può esistere un essere umano che non prova amore.
La mia giovane alunna stava facendo inconsapevolmente filosofia, stava affrontando il discorso sull'essere umano da un punto di vista nientemeno che ontologico! E con la semplicità e la naturalezza che si mette nell'osservare che il cielo è blu, che l'acqua bagna e che le stelle brillano. E allo stesso modo, nella sua visione, l'uomo ama.
L'uomo non perde mai l'amore, anche se non ama più, anche se è la peggior persona del mondo, dell'universo intero: questa è stata la conclusione, unanime, del dibattito.
Il disincanto del trentenne italiano disgustato dal suo paese è stato messo a tacere dall'incanto del mondo di un gruppetto di dodicenni.
Chissà, forse è da qui che la mia generazione dovrebbe cominciare a muoversi, forse è da qui che si può trovare la spinta a cambiare le cose:
dal reincantare il proprio mondo.
Impariamo da certi bambini a farlo.
E soprattutto, evitiamo di insegnare loro il nostro disincanto...
Ai bambini incantati, e ai grandi che vogliono re-incantarsi, dedico "Non insegnate ai bambini" del maestro Gaber.

sabato 24 novembre 2007




“L’esperimento del disegno numero uno”

Lettera aperta
alle ragazze e ai ragazzi della II H.
Con infinito affetto
(Scuola Media Lombardo Radice, anno scolastico 2007-2008)

Carissime ragazze e carissimi ragazzi
comincio questa lettera con alcune righe tratte da un libro che avrei voluto leggere con voi in classe nei prossimi mesi e che adesso vi invito a leggere a casa, quando e se ne avrete tempo e, spero, voglia. Se ne vorrete discutere potrete scrivermi tranquillamente:
troverò sempre tempo per voi!
Il libro in questione è “Il piccolo principe” di Antoine de Saint-Exupery. Può darsi che l’abbiate già letto.
Anche se così fosse, rileggetelo: più si cresce, più se ne comprendono i tanti significati!


Un tempo lontano, quando avevo sei anni, in un libro sulle foreste primordiali, intitolato «Storie vissute della natura», vidi un magnifico disegno. Rappresentava un serpente boa nell’atto di inghiottire un animale. Eccovi la copia del disegno. C’era scritto: «I boa mangiano la loro preda tutta intera, senza masticarla. Dopo di che non riescono più a muoversi e dormono durante i sei mesi che la digestione richiede». Meditai a lungo sulle avventure della giungla. E a mia volta riuscii a tracciare il mio primo disegno. Il mio disegno numero uno. Era così:



Mostrai il mio capolavoro alle persone grandi, domandando se il disegno li spaventava. Ma mi risposero: «Spaventare? Perché mai uno dovrebbe essere spaventato da un cappello?». Il mio disegno non era il disegno di un cappello. Era il disegno di un boa che digeriva un elefante. Affinché vedessero chiaramente cos’era, disegnai l’interno del boa. Bisogna sempre spiegargliele le cose, ai grandi. Il mio disegno numero due si presentava così:




Questa volta mi risposero di lasciare da parte i boa, sia di fuori che di dentro, e di applicarmi invece alla geografia, alla storia, all’aritmetica e alla grammatica. Fu così che a sei anni io rinunciai a quella che avrebbe potuto essere la mia gloriosa carriera di pittore. Il fallimento del mio disegno numero uno e del mio disegno numero due mi aveva disanimato. I grandi non capiscono mai niente da soli e i bambini si stancano a spiegargli tutto ogni volta. Allora scelsi un’altra professione e imparai a pilotare gli aeroplani […] Ho incontrato molte persone importanti nella mia vita, ho vissuto a lungo in mezzo ai grandi. Li ho conosciuti intimamente, li ho osservati proprio da vicino. Ma l’opinione che avevo di loro non è molto migliorata. Quando ne incontravo uno che mi sembrava di mente aperta, tentavo l’esperimento del mio disegno numero uno, che ho sempre conservato. Cercavo di capire così se era veramente una persona comprensiva. Ma chiunque fosse, uomo o donna, mi rispondeva: «E’ un cappello». E allora non parlavo di boa, di foreste primordiali, di stelle. Mi abbassavo al suo livello. Gli parlavo di bridge, di golf, di politica, di cravatte. E lui era del tutto soddisfatto di avere incontrato una persona tanto sensibile”


Care ragazze e cari ragazzi, questa lettera è partita così perchè il mio modo di insegnare è nato e si è sviluppato, non molto tempo fa, proprio dalla lettura di queste righe.
Da adulto, ho sempre cercato di capire il vostro modo di esprimervi, per comunicare meglio con voi; ho cercato di leggere attentamente i vostri disegni, che per me sono stati rappresentati dai temi che vi ho assegnato, e ho tentato di non confonderli ogni volta per cappelli, come è successo al protagonista del libro al tempo della sua infanzia e adolescenza; ho cercato di abituarvi alla fantasia, perché soltanto la fantasia ci permette di allargare il mondo che vediamo, renderlo più grande, più bello, più interessante, più imprevedibile, più significativo... ricordatelo: le cose importanti sono quelle invisibili, quelle che non possiamo vedere… e le cose che si trovano davanti ai nostri occhi sono soltanto il punto da cui la nostra anima parte per esplorare quello che c’è dietro, ciò che si nasconde al di là delle apparenze...
Infine, è soltanto grazie alla fantasia che si può immaginare il futuro, poichè la fantasia guarda avanti e oltre, ed il futuro non è altro che ciò che si trova avanti e oltre il nostro presente
(e noi adulti, purtroppo, tante volte, troppe volte, perdiamo questa capacità).
Per questo ho tanto insistito sul racconto fantastico e per questo vi ho fatto scrivere tante righe che avevano a che fare con questo modo di vedere e descrivere il mondo.
Per questo ho cercato sempre con voi i significati: parlo del mantello di Buzzati, del
visconte dimezzato di Calvino, del sole di Dante, e delle
vostre stesse invenzioni, del lupo che grazie alle caramelle diventa
agnello di Samuela, della Biancaneve di Gioia,
che perde la sua bontà per colpa della strega e che per questo piace nuovamente
a un principe azzurro poco principe e poco azzurro, delle lacrime che diventano fiumi d'acqua in cui i microbi e le impurità si puliscono e si purificano, inventate da Ilaria nel suo ultimo tema (ma potrei aggiungere tanti altri esempi, che non ho fatto
in tempo a raccontarvi in classe: il mondo surreale e capovolto di Chiara, il futuro in cui si guadagnano facilmente 1000 euro al giorno di Silvia, o quello in cui tutto è cambiato fuorchè la lingua, in modo che le persone possano comunicare a distanza di secoli, immaginato da Alessia; o le trame di protesta di Vanessa, così complicate eppure così chiare nel raffigurare ragazzini che lottano contro un mondo che non ne sa capire le potenzialità, o la festa di compleanno di Federico, tanto potente da trascinarlo dal 2100 al 2007, o il tema finalmente scritto che fa ritornare l'adulto indietro nel tempo di Daniele, o la delicatezza dei personaggi di Valentina e Francesca, e poi via via i temi dei vari Alessandro, Davide, Silvio, Christian, e anche Daikor e Simone).

Oggi sono felice perchè i temi del vostro ultimo compito in classe sono pieni di fantasia.
Anzi non ne sono pieni, ne esplodono letteralmente...
Mi avete fatto un bellissimo regalo. Il più bello e grande in assoluto.
Ciascuno di voi,
in modo differente e originale, ha creato storie piene di eventi imprevedibili, di intrecci inaspettati, di svolte improvvise ed ha immaginato un 2100 di volta in volta diversissimo e sempre unico. Catapultati dalla traccia del compito in un futuro lontano, mi avete fatto capire quanto ancora avete da dire e raccontare al vostro presente e alle persone che lo abitano, quanti disegni avete da fare, quante parole avete da scrivere e pronunciare, quanta ansia avete di esprimervi e quanto bisogno avete che qualcuno vi aiuti a farlo. E poi mi avete mostrato quanta paura provate di fronte al pensiero del tempo che verrà.
La paura è importante, sapete.
Diceva un filosofo, circa duecento anni fa, che «Chi ha imparato ad avere paura, ha imparato la cosa più importante».
Chi non vuole vedere le proprie paure ha il cuore indurito, secondo me.
Partendo invece da esse vivrete la vita con più profondità. Questo, però, non significa esserne schiavi: vuol dire affrontarle ed è esattamente quello che voi adesso state imparando a fare, diventando ogni giorno più forti.
Quindi, care ragazze e ragazzi, anche se il futuro è qualcosa di sconosciuto, la vostra capacità di immaginarlo è un grande potere nelle vostre mani, una grande forza del vostro animo, una grande qualità del vostro cuore e della vostra mente.
In una frase, è il modo che avete per possederlo. Non dimenticatelo mai!

NON ABBIATE PAURA DI AVERE PAURA!
E, SOPRATTUTTO, MOSTRATELA SENZA VERGOGNA A CHI E' IN GRADO DI GUARDARLA
Nel brano che avete letto il protagonista mostra il disegno ai suoi genitori,
ma loro lo guardano frettolosamente e non lo capiscono.
Non hanno avuto la pazienza
di "perdere" qualche attimo in più e di guardare il disegno con mente libera: per loro, quindi, è soltanto un cappello.
Dopo che il bambino gliel'ha spiegato, gli dicono di lasciar perdere i boa e di pensare alla geografia, alla storia e alla grammatica e lui, anziché diventare un pittore, li ascolta alla lettera fino a diventare, da grande, un pilota di aeroplani. Non hanno capito nulla neanche dopo, insomma, non hanno afferrato il senso nascosto dietro il disegno:
non hanno compreso che l'elefantino divorato dal boa rappresenta la paura del bambino di essere divorato dal mondo esterno, assieme
ai suoi pensieri, le sue ansie, i suoi desideri, i suoi bisogni. Anzi sono stati loro stessi dei serpenti, perchè hanno inghiottito il loro stesso
bambino a causa dell'incapacità di ascoltarlo.
Per loro la storia, la geografia e la grammatica sono più importanti...
E per certi versi è vero: tutte queste materie sono fondamentali (d'altronde le insegno io stesso), è ovvio, ma lo sono in funzione del fatto che devono servire ad esprimere voi stessi e a capire gli altri, non per accontentare qualche professore o i vostri genitori e prendere un voto più alto in pagella.
Non valgono niente se non ci mettete qualcosa di vostro, se dimenticate quello che siete e quello che sapete e volete fare: in tal caso, invece, valgono tanto, tantissimo.
Esprimetevi sempre, senza fermarmi.
Continuate, come già fate, a immaginare e fantasticare,
fate giocare la vostra mente e create i mondi che più vi piacciono.
Di certo troverete sempre persone che non vi comprenderanno e che confonderanno per un cappello il vostro elefante divorato dal serpente. D’altronde anche voi, di sicuro, a volte non capirete gli altri, perché così succede: siamo esseri umani e quindi sbagliamo, a volte pretendiamo di essere ascoltati ma non vogliamo ascoltare!
Ricordatevi, però, quando vi sentirete soli e non capiti, che ci sarà sempre qualcuno che parlerà la vostra stessa lingua. Provate a fare l’esperimento del disegno numero uno: prima o poi, un uomo, una donna, o una creatura dello spazio lo saprà leggere nel modo giusto.
A una condizione, però: che anche voi abbiate imparato a guardare i disegni degli altri.
E questo avverrà quando davanti a un disegno sconosciuto vi si chiederà di guardarlo e di dire che cos’è e voi, per farlo, chiuderete i vostri occhi anziché spalancarli: perché
la verità,
ragazze e ragazzi carissimi,
è invisibile agli occhi.
Io ho cercato di aiutarvi a guardarla, e voi, da parte vostra, e senza accorgevene, mi avete insegnato una cosa che avevo disimparato a fare: a

CHIUDERE GLI OCCHI.

UN INFINITO
GRAZIE.

Con affetto.
Sempre vostro,
il prof
Fabio Baccelliere

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