venerdì 1 aprile 2011

IL NUCLEARE (materiale per la 3F)

Ciao alunni, ecco il materiale sul nucleare che vi avevo promesso. Naturalmente, è da considerarsi soltanto INTEGRATIVO rispetto a quello che raccoglierete VOI nella vostra ricerca. Buona lettura, buon lavoro e buon weekend!
Il Professore di Italiano.


ENERGIA NUCLEARE: INTRODUZIONE

L'energia nucleare è una fonte energetica da valutare attentamente sia negli aspetti positivi che negativi. In primo luogo è necessario comprendere il suo funzionamento. Nelle centrali nucleari l'energia scaturisce dal bombardamento dell'uranio con neutroni. Il nucleo dell'uranio si divide in due nuclei più piccoli tramite un processo detto di 'fissione nucleare' durante il quale si genera energia e altri neutroni che, a loro volta, continueranno a far dividere i nuclei di uranio dando luogo alla famosa 'reazione a catena nucleare'. Durante questo processo viene emessa radioattività ad alta intensità. Gli oggetti e i metalli esposti alle radiazioni diventano essi stessi radioattivi, ossia scorie radioattive. Le scorie dovranno essere stoccate per migliaia di anni fin quando non decade il livello di radioattività. Il grado di radioattività non consente all'uomo di avvicinarsi alle scorie e, al momento, la scienza non è in grado di distruggere le scorie radioattive o di accelerare il periodi di decadimento della radioattività.
L'uranio è la materia prima delle centrali nucleari a fissione. Una minima quantità di uranio consente di produrre un'elevata quantità energia, e a differenza del carbone o del petrolio, senza emissioni di anidride carbonica (principale causa dell'effetto serra). Non esistono stime ufficiali sull'estrazione annuale di uranio. Questi dati sono coperti dal segreto militare o dal segreto di Stato.

ENERGIA NUCLEARE NEL MONDO

Chi produce l'energia nucleare?

Sono circa 440 i reattori nucleari attivi nel mondo. I paesi con maggiore presenza di reattori nucleari sono i seguenti:

104 negli USA
59 in Francia
53 in Giappone
Le centrali nucleari nel mondo producono complessivamente 370 gigawatt, pari al 16% della produzione mondiale d'energia elettrica. Un dato consistente ma ben lontano dai 1000 gigawatt stimato negli anni '70 per i nostri anni. L'incidente di Chernobyl negli anni '80 frenò l'ottimismo verso l'energia nucleare per la consapevolezza delle gravi conseguenze in caso di incidente. Va tuttavia detto che dall'incidente di Chernobyl (avvenuto per cause in gran parte dovute all'errore umano) la tecnologia è stata notevolmente migliorata a vantaggio della sicurezza.

I paesi che soddisfano il proprio fabbisogno energetico interno tramite l'energia nucleare sono i seguenti:

Francia: 76% fabbisogno energetico interno
Paesi dell'Europa dell'Est: 40-50%
Unione europea: 35%
Paesi OCSE: 25%
USA: 20%

Il caso della Francia è unico al mondo. Il 76% dei consumi energetici francesi sono soddisfatti mediante reattori nucleari. Seguono i Paesi dell'Est, le cui centrali nucleari obsolete identificano una pericolosa eredità del precedente regime sovietico. Desta attenzione il caso degli USA, il paese dove il nucleare è nato, dove la produzione di energia dal nucleare non supera ancora il 20%. L'Europa soddisfa mediamente il 35% del proprio fabbisogno energetico interno tramite l'uso di centrali nucleari. Sul dato pesano fortemente i reattori nucleri francesi.

Nel futuro si prevede un minore impiego dell'energia nucleare?

Nonostante i dati favorevoli al nucleare (soprattutto la situazione francese) secondo l'IAEA (International Atomic Energy Agency) il peso dell'energia nucleare rispetto alle altri fonti di energia era destinato a ridursi entro il 2020. Questa previsione è datata 2004 e sembra essere stata smentita dagli ultimi eventi della politica energetica internazionale. L'affermazione e l'ascesa di nuovi paesi sullo scacchiere mondiale (es. Cina e India) e la conseguente crescita della domanda di energia mondiale ha spinto alla cantierizzazione di nuovi reattori nucleari. In Asia sono attualmente in cantiere almeno 15 nuove centrali nucleari (Cina, Corea del Sud, India e Taiwan). La situazione in Europa e negli Stati Uniti merita invece un livello di approfondimento maggiore. L'assenza di investimenti nella costruzione di nuove centrali nucleari in Europa negli anni '90 è un dato di fatto. La Finlandia è stato l'unico paese europeo ad avere messo in cantiere nell'ultimo decennio del '900 la costruzione di una nuova centrale nucleare (centrale di Olkiluoto, attiva entro il 2010). L'approccio nei confronti del nucleare da parte dei paesi europei è radicalmente mutato nel corso del primo decennio degli anni duemila. L'effetto serra e il caro petrolio hanno fatto riavvicinare all'energia nucleare anche i paesi occidentali più scettici. Agli inizi degli anni duemila molti paesi europei nuclearizzati (Svezia, Germania, Olanda e Belgio) avevano deciso di non sostituire le attuali centrali nucleari al termine del loro ciclo produttivo. L'acuirsi del problema ambientale e le cicliche crisi del petrolio e del gas hanno però rimesso in discussione il destino del nucleare in Europa. La politica prevalente in questi ultimi anni tende a prolungare la vita delle centrali nucleari europea, in attesa di una possibile risposta ai problemi del nucleare da parte della ricerca scientifica. Prevale pertanto una politica di attesa. Alcuni paesi, come l'Italia, hanno infine radicalmente ribaltato la propria posizione, siglando il ritorno ufficiale all'energia dall'atomo.


STORIA DEL NUCLEARE

L'energia nucleare nasce ufficialmente nel 1934 con gli esperimenti portati avanti da un gruppo di scienziati italiani sotto la guida del fisico Enrico Fermi. Il gruppo è anche conosciuto con il nome di "ragazzi di via Panisperna" dove risiedeva la sede dell'istituto. Gli studi furono portati avanti nel 1938 dal chimico tedesco Otto Hahn che per la prima volta riuscì a dimostrare il principio della fissione nucleare mediante il quale si basa ancora oggi il funzionamento di una centrale nucleare. L'impatto di un neutrone con un nucleo di uranio 235 dà luogo a più frammenti. Gli studi di Hahn confermarono in tal modo l'ipotesi della fissione già avanzata nel 1934 dalla chimica Ida Noddack. L'impatto del neutrone con l'atomo di uranio dava luogo alla divisione del nucleo e al rilascio di una quantità considerevole di energia. Nel corso della seconda guerra mondiale la ricerca sul nucleare ottenne ampi investimenti da entrambe le parti in conflitto al fine di creare una super bomba in grado di segnare la superiorità tecnologica di almeno uno dei paesi in conflitto. La task-force americana (cd Progetto Manahttan) riuscì per prima a conquistare la prima applicazione nucleare con la costruzione della bomba atomica. Il 6 agosto 1945 la prima bomba atomica fu lanciata sulla città giapponese di Hiroshima causando la morte di migliaia di civili ma anche la fine della seconda guerra mondiale. Da quel giorno il mondo non ha conosciuto più altri conflitti bellici mondiali anche grazie alla contrapposizione degli armamenti nucleari a disposizione dei due blocchi (cd guerra fredda). Negli anni '50 gli studi militari sull'energia nucleare furono portati avanti anche sul piano civile per la realizzazione dei primi reattori nucleari e delle prime centrali atomiche (o centrali elettro-nucleari). Nel 1954 il presidente degli Stati Uniti, Eisenhower, approvò ufficialmente il progetto "Atom for Peace" al fine di agevolare l'introduzione dell'energia nucleare in applicazioni civili e per la produzione di energia elettrica. La prima centrale elettrica con reattore nucleare fu realizzato nel 1955 nello Stato dell'Idaho (U.S.A.). Il reattore civile si chiamava Borax III.


Storia del nucleare nel dopoguerra

Nel 1942 il gruppo di scienziati coinvolti nel progetto Manhattan, tra i quali Enrico Fermi, lavorò per la realizzazione in laboratorio della prima "reazione a catena" controllata. Il progetto aveva scopi militari, era nato durante la seconda guerra mondiale e finanziato dal governo alleato degli Stati Uniti per dare vita alla prima bomba atomica. Nello stesso tempo anche la Germania aveva attivato ricerche simili. Il progetto Manhattan si concluse prima. Le prime bombe atomiche della storia furono sganciate nel 1945 sulle due città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki. Un evento che segnò la fine della guerra e una morte orrenda per la popolazione inerme delle due città giapponesi. Ancora oggi le conclusioni e le opinioni sono controverse.

Nel 1954 il presidente degli Usa, Eisenhower, inaugurò il progetto "Atom for Peace" allo scopo di favorire l'applicazione civile dell'energia nucleare. In soli 12 mesi venne realizzata la prima centrale nucleare della storia, il reattore civile Borax III in grado di fornire energia elettrica a una piccola città dello Stato dell'Idaho (Usa).


FUNZIONAMENTO TIPICO DI UNA CENTRALE NUCLEARE

Una breve e semplice spiegazione sul funzionamento. La reazione a catena nucleare avviene all'interno del guscio di cemento e di acciaio, sempre in uno stato cosiddetto "critico" in cui ogni neutrone colpisce un solo nucleo di uranio. Il processo deve essere costantemente controllato poiché se venisse superata la soglia "critica" (ovvero se un neutrone colpisse più nuclei di uranio) la reazione a catena genererebbe un surriscaldamento esponenziale e la conseguente fusione del nucleo nel reattore con emissioni di radiazioni nocive, cosi accadde alla centrale di Chernobyl.

Per controllare la reazione nucleare l'uranio viene immerso in una piscina d'acqua pesante in grado di rallentare l'attività dei neutroni e quindi di controllare la reazione nucleare. Nella piscina vengono poi poste barre di cadmio o di boro per assorbire parte dei neutroni che si liberano dalla fissione nucleare. La reazione a catena nel processo di fissione genera calore e riscalda i flussi di acqua presenti in uno scambiatore di calore generando vapore. La forza vapore muove le turbine meccaniche per produrre energia elettrica.

Le prime centrali nucleari degli anni '50 basavano il proprio sistema di raffreddamento sull'utilizzo del gas. Negli anni '60 venne preferito l'uso dell'acqua. Il ruolo dell'acqua è sempre stato fondamentale nelle centrali nucleari. Il processo di fissione richiede costantemente un flusso refrigerante per controllare il calore emesso e consente la trasformazione del calore in vapore acqueo (forza vapore). L'acqua è prelevata e scaricata in continuazione dai fiumi antistanti alle centrali nucleari. Ha fatto notizia nella torrida estate del 2003 l'emergenza scattata in molte centrali nucleari francesi a causa dell'abbassamento delle acque nei fiumi. Il fenomeno naturale stava mettendo a rischio il processo di refrigerazione e controllo della temperatura dei moderni reattori francesi.

CENTRALI A FISSIONE NUCLEARE

Per affrontare correttamente l'argomento è necessario evidenziare la differenza tra le vecchie centrali nucleari e quelle basate sui reattori di ultima generazione.

A) I reattori tradizionali sono basati sul principio della generazione di calore dal nocciolo, il luogo dove avviene la reazione di fissione nucleare. Il calore a sua volta produce forza-vapore in grado di muovere turbine per generare elettricità. Il combustibile per ottenere la fissione dell'atomo è l'uranio arricchito. Le temperature medie di funzionamento oscillano intorno ai 330° C. Questa tecnologia produce scorie nucleari, la cui radioattività può durare migliaia di anni (anche 100.000). I reattori tradizionali sono stati anche teatro d'incidenti durante la loro storia, quello più grave accaduto a Chernobyl nel 1986.

B) I reattori di nuova generazione
I nuovi reattori nucleari a fissione prendono spunto dall'esperienza passata. Sono molto più sicuri dei reattori tradizionali, in caso di incidente le conseguenze sono minimizzate da doppi apparati di sicurezza basati sia su sistemi automatizzati e su principi fisici. Citiamo due reattori utilizzati nelle centrali nucleari di nuova generazione.

Nel reattore "a spettro veloce" il nocciolo è immerso nel sodio liquido, capace di scongiurare la dispersione di calore in caso di incidente. Il combustibile è il medesimo (uranio liquido) delle centrali tradizionali. Il problema delle scorie radioattive non viene risolto. La temperatura media è superiore ai reattori tradizionali e raggiunge circa 500°.
Nel reattore "a letto di sfere" il nocciolo è composto anche da grafite per garantire la resistenza fino a 1600°. Il Sud Africa realizzerà un prototipo di questo reattore nel 2006. Questo reattore, pur non eliminando il problema delle scorie, ha il pregio di non produrre plutonio (materia prima dell'industria bellica di armi atomocihe). Il reattore utilizza come combustibile l'ossido di uranio con elementi di grafite.

SCORIE NUCLEARI

Qualsiasi centrale nucleare produce "scorie radioattive". Una minima parte delle scorie sono normalmente disperse nell'ambiente senza provocare danni per l'uomo. Ad esempio, i reflui del raffreddamento sono scaricati direttamente nelle acque dei fiumi poichè considerati non pericolosi per l'ambiente.

Per scorie nucleari si intendono soprattutto quei materiali che, trovandosi nel reattore o nei pressi, sono soggetti a una continua emissione di radiazioni. Dal semplice bullone alle componenti mettaliche più grandi (pareti, contenitori ecc.). Al termine del ciclo di vita della centrale nucleare, questi oggetti devono essere trattati come rifiuti speciali da trattare con molta attenzione in quanto fortemente radioattivi, e quindi pericolosi. Sono definiti per semplicità "scorie nucleari" ma occorre fare delle distinizioni. Le scorie nucleari non sono tutte uguali. E' un tipico errore dei giornali confondere le scorie ospedaliere con quelle delle centrali nucleari.

Le scorie nucleari si distinguono in base al grado di radioattività da cui dipende anche la durata del decadimento e la loro pericolosità:

Alta attività (scorie di 3° grado): il grado di radioattività elevato in queste scorie implica un lungo periodo di decadimento, fino a 100.000 anni. Le scorie di terza categoria sono, in particolar modo, le ceneri prodotte dalla combustione dell'uranio e gli oggetti vicini al reattore (es. pareti metalliche).

In tutto il mondo è stato identificato soltanto un sito "sicuro" per ospitare in profondità le scorie (deposito geologico) per migliaia di anni. Si trova in una zona desertica nel New Mexico (Usa) e ha richiesto oltre 25 anni di studio. Gli Usa hanno investito oltre 2,2 miliardi di dollari nello studio della sicurezza dei depositi geologico. Ciò nonostante ancora nulla sembra potersi affermare con certezza. Le scelte di localizzazione dei depositi di scorie sembrano più frutto della ragion di Stato che di processi condivisi con i cittadini del luogo.

Media attività (scorie di 2° grado)
Bassa attività (scorie di 1° grado)
Queste ultime due categorie hanno una vita radioattiva inferiore. Necessitano soltanto di poche centinaia di anni per decadere. Queste scorie provengono, in gran parte, dagli ospedali (es. residui della medicina nucleare).

Il grande problema sono le scorie di terza categoria provenienti dalle centrali nucleari.

In Europa le scorie sono generalmente depositate nei pressi delle centrali nucleari o in centri di stoccaggio ingegneristici di superficie.

I principali centri di stoccaggio europei sono:

Le Hague (Francia)
Sellafield (Gran Bretagna)
Oskarshamn (Svezia)
Olkiluoto (Finlandia)

Tutti i centri di stoccaggio europei hanno natura "temporanea" per rispondere al criterio di reversibilità delle scelte. Non conoscendo con precisione le conseguenze dello stoccaggio delle scorie radioattive nel tempo, si rende così possibile un loro futuro trasferimento in altri luoghi. Nel caso dei siti geologici questo non sarebbe possibile, i materiali ospitati in cavità sotteranee dovranno restarci definitivamente anche nel caso in cui la scelta del sito si riveli sbagliata.In alcuni casi, ad esempio in Francia, le scorie nucleari sono riprocessate all'interno delle stesse centrali nucleari per produrre nuovo combustibile rigenerato (cd Mox) da riutilizzare nel reattore.

I depositi geologici e la posizione dell'Unione Europea.
La UE si è posta come obiettivo la costruzione e lo studio di depositi geologici comunitari per trovare una soluzione definitiva alle scorie europee. L'argomento è ancora aperto e controverso. Dopo i fatti di Scanzano Jonico, la UE ha sottolineato che tale esigenza non si estende ai paesi privi di piano energetico nucleare (come l'Italia). Questi paesi non hanno l'obbligo di costruire un deposito geologico e possono attendere "soluzioni europee". La UE auspica quindi la costruzione dei depositi geologici nei paesi dove siano presenti e attive molte centrali nucleari. Ad esempio in Francia (dove il 76% dell'energia elettrica è di origine nucleare).

Quante sono le scorie radioattive in Italia? L'Italia non conta grandi quantità di scorie nucleari. Il referendum del 1987 ha definitivamente bloccato la produzione di energia dal nucleare nel nostro paese. Nel nostro paese le scorie ad alta pericolosità sono circa 8.000 metri cubi. Una minima quantità che lascia aperta la porta alla soluzione europea.

I COSTI: IL NUCLEARE E LE ALTRE FONTI DI ENERGIA

Il costo variabile del nucleare appare a prima vista tra i più bassi (es. in Francia 0,015 € per chilowattora). Riprendendiamo una tabella comparativa del 2003 per rendere meglio l'idea:

0,02 € centrali idroelettriche esistenti
0,02 € carbone
0,03 € nucleare
0,04 € gas
0,05 € biogas
0,07 € geotermico
0,07 € eolico
0,07 € nuove centrali idroelettriche
0,12 € celle a combustibile
0,57 € fotovoltaico
(dati costo medio KWora in euro)

Il costo variabile dell'energia nucleare può trarre in inganno poiché non include l'intera spesa che il pubblico deve sostenere per realizzare, gestire e infine smantellare una centrale nucleare. Analizzando complessivamente il sistema energetico, ovvero partendo dalla costruzione delle centrali sino anche alla complessa gestione dei rifiuti, si riscontra un notevole incremento nei costi sociali e una scarsa convenienza economica sociale. Questi i principali handicap:

Una centrale nucleare necessita un lungo periodo di tempo per essere costruita (in media 10 anni). In questo lungo periodo di tempo vanno poi aggiunti i costi oppurtunità, ossia le perdite "potenziali" pari al tasso di interesse perso se i fondi fossero stati depositati in banca o occupati in altre attività economiche.
Le centrali nucleari producono rifiuti radioattivi (scorie) la cui gestione è ancora un capitolo aperto per l'intero occidente. Soltanto gli Usa, dopo oltre 25 anni di studi, hanno realizzato una soluzione definitiva realizzando un deposito in profondità (geologico) in cui stoccare le scorie radioattive. Il deposito negli Usa sarà dedicato solo alle scorie di II grado mentre resta ancora incerto il destino delle scorie di III grado (ad alta radioattività) stoccate temporaneamente all'interno delle centrali nucleari.
Al termine del ciclo di vita della centrale nucleare va considerato anche il costo del suo smantellamento, la bonifica del territorio e lo stoccaggio delle scorie radioattive.

Esempio. per costruire la centrale nucleare Usa di Maine Yankee negli anni '60 sono stati investiti 231 milioni di dollari correnti. Recentemente questa centrale ha terminato il suo ciclo produttivo e per smantellarla sono stati allocati 635 milioni di dollari correnti.

Soltanto per smantellare le quattro centrali nucleari italiane l'International Energy Agency ha stimato un costo pari a 2 miliardi di dollari.
In conclusione
Il nucleare è stato presentato come una fonte indispensabile per generare energia elettrica a basso costo. In realtà i suoi costi "nascosti" (sostenuti dallo Stato tramite tasse e imposte) sono ancora troppo alti se paragonati alle normali centrali termoelettriche (gas o carbone). Per individuare un quadro completo dei costi è necessario allargare la visione all'intero ciclo di produzione e non soffermarsi sui singoli aspetti. Solo in questo modo si riesce a comprendere il reale costo sociale che la società dovrà pagare per avere l'energia nucleare.

Va comunque considerato che l'antieconomicità del nucleare è soltanto un aspetto dell'analisi politica. Il ritorno al nucleare può essere giustificabile per ridurre la dipendenza delle economie occidentali dall'import di petrolio, gas e carbone. La capacità di una nazione di far fronte al proprio fabbisogno energetico interno rappresenta un obiettivo politico e strategico per difendere la propria economia nazionale dagli shock esterni. Soltanto in questi casi, e in questi termini, il ritorno al nucleare può essere considerato come una scelta razionale da intraprendere.


DEFICIT ENERGETICO ED ENERGIA NUCLEARE

La produzione di energia elettrica in Italia copre soltanto l'83% della domanda nazionale di energia (dato 2003). Il deficit energetico è coperto tramite l'importazione di energia elettrica dall'estero (in particolare dalla Francia). Una dipendenza funzionale che ha avuto la sua massima evidenza durante il black out energetico nella domenica del 28 settembre 2003. Va comunque detto che il black-out del 2003, di cui sono ancora poco chiare cause e responsabilità, potrebbe essere stato causato anche da anomalie nella rete di distribuzione dell'energia.

La situazione in Europa.
La dipendenza della UE dal petrolio rischia di aumentare nei prossimi 30 anni. Una dipendenza crescente che sembra essere causata dall'assenza di reali alternative energetiche. Secondo la Commissione europea nelle "Previsioni mondiali per l'energia, la tecnologia e la politica climatica" (2003) la domanda di energia in Europa crescerà dello 0,4% ogni anno nei prossimi 30 anni. Nel 2030 i combustibili fossili (petrolio, gas e carbone) potrebbero rappresentare ancora l'88% dell'approvvigionamento mondiale di energia di cui ben il 34% ancora dal petrolio.

Il crescente caro-petrolio riscontrato nel 2004-2005 potrebbe però modificare queste previsioni di lungo periodo. Il rincaro petrolifero favorisce l'economicità delle energie rinnovabili (solare, eolico, biomasse, idroelettrico) e il ritorno degli investimenti statali nell'energia nucleare.

INCIDENTI NUCLEARI
Gli incidenti nelle centrali nucleari sono classificati su una scala da 0 (semplice guasto) a 7 (incidente molto grave). Questa scala di misura è detta INES (International Nuclear Event Scale). La classificazione degli incidenti non è facile. Spesso gli incidenti minori sono stati coperti dal segreto militare o non comunicati al grande pubblico.

Elenchiamo i principali incidenti di cui si è avuta conferma ufficiale:

Kyshtym (Unione Sovietica 1957) - scala Ines 6.
Un bidone di rifiuti radioattivi prese fuoco ed esplose contaminando migliaia di Kmq di terreno. Furono esposte alle radiazioni circa 270.000 persone.

Sellafield (Gran Bretagna 1957) - scala Ines 5.
Un incendio nel reattore dove si produceva plutonio per scopi militari generò una nube radioattiva imponente. La nube attraversò l'intera Europa. Sono stati ufficializzati soltanto 300 morti per cause ricondotte all'incidente (malattie, leucemie, tumori) ma il dato potrebbe essere sottostimato.
Three Mile Island (Harrisburgh, Usa 1969) - scala Ines 5.
Il surriscaldamento del reattore provocò la parziale fusione del nucleo rilasciando nell'atmosfera gas radioattivi pari a 15000 terabequerel (TBq). In quella occasione vennero evacuate 3.500 persone.
Chernobyl (Unione Sovietica, 1986) - scala Ines 7.
L'incidente nucleare in assoluto più grave di cui si abbia notizia. Il surriscaldamento provocò la fusione del nucleo del reattore e l'esplosione del vapore radioattivo. Si levò al cielo una nube pari a 12.000.000 di TBq di materiale radioattivo disperso nell'aria (per avere un'entità del disastro confrontate questo valore con i 15.000 Tbq del precedente incidente nucleare registrato nel 1979 a Three Mile Island negli Usa). Circa 30 persone morirono immediatamente, altre 2.500 nel periodo successivo per malattie e cause tumorali. L'intera Europa fu esposta alla nube radioattiva e per milioni di cittadini europei aumentò il rischio di contrarre tumori e leucemia. Non esistono dati ufficiali sui decessi complessivi ricollegabili a Chernobyl dal 1986 ad oggi.
Tokaimura (Giappone, 1999) - scala Ines 4
Un incidente in una fabbrica di combustibile nucleare attivò la reazione a catena incontrollata. Tre persone morirono all'istante mentre altre 400 furono esposte alle radiazioni.
Come già anticipato la lista non può considerarsi esaustiva. Molti incidenti non sono mai balzati in cronaca perchè coperti dal segreto militare. La lista "nera", quindi, si presume molto più lunga di quella che abbiamo presentato. Sulle conseguenze degli incidenti manca ancora oggi un dato ufficiale che consideri non solo le morti causate negli incidenti ma anche l'impatto sulla salute dei cittadini nel lungo periodo.

IL RISCHIO DELLA SICUREZZA
Quotidianamente si sente spesso parlare di "sicurezza" per sostenere scelte politiche difficili o poco gradite dal punto di vista sociale (es. nucleare, ogm). Chi obietta o dubita viene spesso tacciato di ignoranza, di atteggiamento poco aperto al progresso e alla scienza. In realtà la stessa sicurezza è già da tempo oggetto della ricerca scientifica. Senza voler entrare nel merito delle scelte cercheremo di approfondire la conoscenza della "sicurezza".

Si può parlare di "sicurezza" quando la soglia di rischio "percepita" dalla società (ossia dalle persone coinvolte) è considerata accettabile. E' quindi importante individuare un indice del rischio. In termini molto semplici questo indice può essere determinatoalla seguente "formula-rischio".

Rischio = probabilità evento X conseguenze dei danni

Così un evento con probabilità minime di verificarsi e danni elevati può ottenere lo stesso indice di rischio di un evento con probabilità maggiore ma minori conseguenze. Si tratta di una visione oggettiva del rischio e si parla di "rischio obiettivo". E' quindi un rischio calcolato prendere l'aereo poiché il numero degli incidenti aerei in un anno rappresenta un minima parte delle ore di volo complessive di tutti gli aerei.

Attenzione però a confondere questa formula-rischio o il rischio calcolato anche per giustificare scelte pubbliche sgradite (es. deposito di scorie, centrale nucleare vicino casa ecc.). Il rischio-obiettivo ha validità soltanto se la probabilità dell'evento è determinata dall'osservazione empirica. In pratica soltanto se la probabilità è misurata in modo scientifico mediante test ripetuti o dall'osservazione diretta. Soltanto in questi casi si può parlare di "rischio reale".

Nel caso contrario saranno poste delle ipotesi restrittive che ridurranno enormemente la valutazione oggettiva delle probabilità. Ad esempio, un impianto nucleare può avere una probabilità di incidenti basata sull'esperienza passata ma di questi non esiste un vero archivio storico poiché salvo pochi casi eclatanti sono coperti dal segreto di Stato. Inoltre, poco può dirsi della probabilità degli atti esterni come il terrorismo o gli errori umani. Il disastro di Chernobyl fu causato da un errore umano non prevedibile in quanto al limite della follia (un esperimento incontrollato causò la fusione del nocciolo). Un altro triste esempio di eventi imprevedibili è l'attentato del 2001 alle Twin Towers, chi poteva mai prevederlo?

Pertanto si passa al concetto di "rischio ipotetico" la cui portata è sicuramente inferiore del "rischio reale". Molte ipotesi sono escluse dalle probabilità degli eventi possibili per semplificare l'analisi. Come ben sappiamo qualsiasi selezione implica un giudizio di valore da parte del ricercatore o del policy maker. Pertanto il rischio "ipotetico" perde la natura oggettiva per acquisire quella prettamente "soggettiva".

Altro aspetto fondamentale sono le conseguenze dei danni. Come stimare il danno di un incidente nucleare come quello di Chernobyl? Le conseguenze di un disastro nucleare si presentano dopo molti anni e impattano una vasta area geografica. I paesi hanno l'abitudine storica di non risarcire gli altri paesi confinanti per i danni da loro causati tramite l'inquinamento. Pertanto questi danni non sono mai visti come costi e non influenzano le scelte politiche. Il Protocollo di Kyoto è uno dei tentativi per far considerare queste esternalità negative (costi sociali) come costi privati dei singoli Stati. Non a caso gli Stati Uniti ancora oggi non hanno firmato il Protocollo.

Non è quindi possibile stimare le "reali" conseguenze dei danni causati da un particolare evento (es. incidente nucleare, effetti di lungo periodo degli OGM o sulle altre colture).

In conclusione, se il rischio di un evento infausto è ipotetico (non reale) ed i danni causati sottostimati ci troviamo dinnanzi ad un concetto di sicurezza molto fragile. Le scelte sono prese sulla base di ciò è più utile e non in base alla reale sicurezza. Senza scendere nel merito su ciò che è giusto o sbagliato sarebbe il caso di utilizzare l'aggettivo "sicuro" solo in casi ben limitati.

Di sicuro non esiste nulla ciò che l'uomo può cercare di gestire sono soltanto le conseguenze degli eventi. Su questo punto ci fermiamo lasciando a tutti il diritto di avere una propria personale "opinione" a favore o contro del nucleare (o degli ogm) senza scomodare il concetto di "sicurezza" o quello del "catastrofismo".


VANTAGGI E SVANTAGGI DEL NUCLEARE

Spesso il nucleare viene presentato come un male da combattere o come miracolosa pozione per risollevare l'economia nazionale. Non ci riconosciamo in entrambe le visioni. Il nucleare rappresenta un'opzione energetica come le altre con i suoi "pro" ed i suoi "contro". Proveremo ad elencare i principali vantaggi e svantaggi.

Il nucleare presenta indubbiamente dei vantaggi:

Una centrale nucleare non emette CO2
Le centrali nucleari non producono anidride carbonica ed ossidi di azoto e di zolfo, principali cause del buco nell'ozono e dell'effetto serra.

Vantaggio nella bilancia dei pagamenti
La produzione di energia dal nucleare riduce l'importazione di petrolio e la dipendenza delle economie dal petrolio. La copertura del fabbisogno energetico interno tramite il nucleare riduce la possibilità degli shock esterni sull'economia e consente ai governi un minore carico di spesa sulla bilancia dei pagamenti con l'estero. Il tutto si traduce in una maggiore stabilità del sistema economico nazionale..

Maggiore stabilità politica
Le principali riserve petrolifere sono concentrate in pochi paesi ad elevata instabilità politica (Medio Oriente) che rischia di trasmettersi anche nei paesi fortemente dipendenti dall'import del petrolio. L'uso del nucleare riduce la dipendenza occidentale dal petrolio mediorientale.


Vediamo ora quali svantaggi porta l'uso dell'energia nucleare:

Conseguenze in caso di incidente
La storia ha già mostrato la gravità delle conseguenze degli incidenti alle centrali nucleari. Le radiazioni a cui la popolazione viene esposta causano un maggiore rischio di morte per leucemia e tumore. Dall'incidente di Chernobyl la sicurezza delle centrali nucleari è diventato uno dei principali aspetti critici dell'energia nucleare per uso civile. Negli ultimi anni il progresso tecnologico ha notevolmente migliorato la sicurezza delle centrali nucleari dotate di reattori di ultima generazione.

Le scorie nucleari
Purtroppo le scorie nucleari sono un altro aspetto critico del nucleare. Non possono essere distrutte e l'unica soluzione, per il momento, sembra essere lo stoccaggio per migliaia di anni in depositi geologici o ingegneristici. La ricerca di un deposito sicuro è tra i principali obiettivi della UE e degli Usa. Sono necessari anni di studi e grandi investimenti per l'individuazione delle soluzioni di stoccaggio per centinaia di migliaia di anni.

Localizzazione centrali nucleari e proteste locali
Anche il processo di localizzazione di una centrale nucleare o del deposito di scorie è molto difficoltoso. Nessuna comunità locale accetta di sacrificare il proprio territorio per ospitare i rifiuti nucleari. La Sardegna, la Puglia, la Basilicata sono i recenti casi italiani di forti proteste antinucleari (2003). Nello stesso anno una comunità locale cinese si oppose con successo alla decisione del governo di costruire un deposito geologico di scorie attuando una dura e prolungata protesta. In entrambi i casi vinsero le popolazioni locali.

Il terrorismo
Viviamo in un'epoca in cui poche persone possono compiere grandi danni all'umanità. Il ricordo della tragedia dell'11 settembre 2001 ai grattacieli del World Trade Center è stato un duro shock per l'intera società occidentale. Il rischio che le centrali nucleari siano prese come obiettivi per atti di terrorismo o come bombe sporche è quindi molto realistico. E' lecito e razionale preoccuparsi. Le nuove centrali nucleari dovranno includere questo aspetto fin dalla fase di progettazione.

Il trasporto di materiale nucleare
Il trasporto di scorie e di materiale nucleare è uno degli aspetti più critici della questione "sicurezza". Durante il trasporto, oltre all'opposizione delle popolazioni che vedranno passare treni o navi con carichi radioattivi vicino alle proprie abitazioni, sussiste il rischio di incidenti e di attentati terroristici. In Francia, il treni speciali adibiti al trasporto di scorie nucleari sono scortati da "carri armati" e da poliziotti a cavallo. L'itinerario del treno cambia in continuazione all'insaputa delle popolazioni residenti nei pressi delle ferrovie. Per questi motivi i depositi di scorie dovrebbero risiedere nei pressi delle centrali nucleari evitando in questo modo la necessità del trasporto delle scorie. La ricerca tecnologica e scientifica non ha ancora trovato il modo per distruggere le scorie all'interno delle stesse centrali nucleari. Si attendono ancora risposte in tale senso.

Il costo reale del nucleare.
Da circa 15 anni nessun paese occidentale, salvo la Finlandia, ha messo in cantiere nuove centrali nucleari. Il nucleare comporta costi elevati fin dalla realizzazione degli impianti. Vanno poi ad aggiungersi i costi militari per garantire la sicurezza dagli attentati terroristici e i costi per smantellare la centrale nucleare al termine della sua attività. Tutti questi costi non sono sostenibili da un'industria privata. Lo Stato deve necessariamente intervenire a copertura delle spese aumentando tasse e imposte ai contribuenti. In breve, il basso costo dell'energia in bolletta potrebbe essere più che compensato dall'aggravio fiscale in termini di imposte.

mercoledì 15 ottobre 2008

Gli occhi
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"La seduzione degli occhi. La più immediata, la più pura. Quella che rende superflue le parole, solo gli sguardi si impegnano in una sorta di duello, di subitaneo abbraccio, all'insaputa degli altri e del loro discorso: fascino discreto di un orgasmo immobile e silenzioso. Caduta d'intensità quando la tensione incantevole degli sguardi si scioglie in parole, o in gesti d'amore. Tattilità degli sguardi in cui si concentra tutta la sostanza virtuale dei corpi (del loro desiderio?) in un istante sottile, come in un motto di spirito - duello voluttuoso e sensuale, e al tempo stesso disincarnato - modello perfetto della vertigine della seduzione, e che nessuna voluttà carnale potrà mai eguagliare. Quegli occhi sono accidentali, ma è come se si fossero posati da sempre su di noi. Privi di senso, non sono sguardi che si scambiano. Nessun desiderio, qui. Perchè il desiderio è privo di fascino, mentre gli occhi, come le apparenze fortuite, sono pieni di fascino, ed è un fascino fatto di segni puri, atemporali, duali e privi di profondità"
(J.Baudrillard, "De la séduction")

martedì 7 ottobre 2008

Ho finito!
Da tre settimane tappato in casa a lavorare. Da tre settimane perso tra carte, libri, appunti, telefonate fatte e telefonate rinviate, immagini, immaginazioni, idee che a volte ti sembrano fantastiche, a volte del tutto idiote. Da tre settimane prigioniero di un mondo narrativo. Da tre settimane con un pensiero fisso: terminare in tempo. Ho rifiutato del lavoro per farlo. Ho rifiutato soldi, e ne ho bisogno. Ma non me ne frega niente. Oggi ho finito. Ho riletto, corretto, rivisto. Ho finito. Qualcosa ha preso forma. Non c'è lavoro, per me, che valga di più. Non c'è stipendio che regga il confronto, per me, con questo. La vita è un casino, la vita è difficile, e lo sarà sempre di più. Viverla come bisogna viverla, per me non ha senso. Vivere per sopravvivere, tantomeno. Vivere per ammazzarsi di lamenti, meno ancora. Non ci posso fare niente: ero, sono e sarò sempre un sognatore. Sempre avrò bisogno dei mondi della fantasia in cui perdermi, e del bisogno di trasmetterli agli altri. Una vita non basta, no. Non mi basterà mai. E allora voglio continuare così, ad averne due, tre, mille alla volta. Finito un lavoro di creazione, resta un grande vuoto. C'è sempre un piccolo dolore quando metti la parola fine a un racconto, a una sceneggiatura, come a qualunque cosa della vita. Una piccola malinconia, una lacrima invisibile, un buco nel cuore che si allarga perchè sai che ci deve essere subito un nuovo inizio, per la tua vita, e iniziare non è mai facile. Cosa faro domani? Lavorerò per far diventare reale quello che c'è sulla carta. Non so se ce la farò. Ma comunque vada, ci avrò provato. Oggi ho deciso che non mi arrenderò mai. Mi piegherò, ma non mi spezzerò. So quello che voglio, e in un modo o in un altro me lo andrò a prendere.

venerdì 12 settembre 2008

VENEZIA 65

Deleuze, The Wrestler, Un giorno perfetto e il Primo Piano
(ossia quando il Volto si fa Volto e quando il Volto è de-voltificato)



"L'immagine-affezione è il primo piano, e il primo piano è il volto", scrive Gilles Deleuze nel capitolo 6 del primo dei suoi due trattati di filosofia del cinema, "L'immagine-movimento": è cioè allo stesso tempo sia un'immagine specifica e determinabile in base a parametri quantitativi, sia una componente interna a qualunque tipo di piano e campo. Vale a dire, c'è un primo piano di misura, quello comunemente inteso, e un primo piano di senso, come, per esempio, nel caso di un paesaggio, che può essere filmato come un volto, sebbene inquadrato in un campo lungo o lunghissimo. Vediamo in che modo. Paragonando la superficie del volto a quella di un orologio, lo studioso francese definisce il volto una lastra nervosa porta-organi che ha sacrificato l'essenziale alla propria mobilità globale, e che raccoglie o esprime apertamente ogni specie di movimenti locali che il resto del corpo tiene normalmente nascosti. Ogni volta che in qualcosa si scoprono questi due poli, superficie riflettente e micro-movimenti intensivi, si potrà dire che quella cosa è stata inquadrata come un volto, è stata "voltificata". Anche un paesaggio, tornando all'esempio precedente, può avere, insomma, i sussulti di un volto, animarsi di micromovimenti, e quindi "voltificarsi". Un gioco di ombre che crea dualismi spaziali, o uno spazio vuoto che si contrappone a uno pieno, o un semplice movimento del profilmico, per esempio l'oscillare di una foglia alla stregua di un battito di ciglia sulla superficie di un volto/paesaggio immobile, rivelano nel paesaggio le stesse potenzialità di un volto filmato come "volto" (perchè alle volte questo non avviene, e in questo caso il volto è de-voltificato). Deleuze individua due tipi di primi piani: quello in cui prevale la "superficie di voltificazione", in cui cioè il volto è prevalentemente contorno, linea avviluppante, e quello in cui invece entrano in azione tratti dispersi, linee frammentarie, ribelli al contorno, e cioè in cui prevalgono i "tratti di volteità". Nel primo caso il volto si fa riflessivo e riflettente, e i tratti sono raggruppati sotto il dominio di un pensiero fisso, inalterabile e senza divenire, eterno addirittura; nel secondo caso, invece, il volto si fa intensivo, e mette in moto una serie intensiva che opera un salto qualitativo, e che non esprime solo una qualità, ma la potenza di passaggio da una qualità all'altra. Pensavo a questa distinzione mentre guardavo il film di Ozpetek presentato a Venezia. Non riesco tuttora a togliermi dalla testa alcuni primi piani e mi domando: erano volti concentrati sull'espressione di una qualità/emozione specifica oppure volti in cui i micromovimenti esprimevano variazioni in divenire, emozioni in procinto di sopraggiungere? La fissità stordita di quei primi piani stava per farmi optare per la prima alternativa, ma oggi ci ho pensato bene e mi sono reso conto che quella fissità è solo fissità vuota, finestra spalancata sull'assenza di senso, e che il volto nel film non è filmato come volto, e cioè luogo di espressione di qualità in atto o in potenza, ma come segnale stradale, messo lì ad indicare allo spettatore che si trova in presenza di un avvicinamento meccanico al personaggio e quindi deve preoccuparsi di penetrare nel suo intimo. Se ce ne fosse stato uno. Un giorno perfetto è una pinacoteca di volti de-voltificati che sembrano non appartenere a quei personaggi, a quelle linee emozionali, e la loro fissità neutra serve/servirebbe soltanto a ipnotizzare lo spettatore indifeso e illuderlo di penetrare l'emozione di un uomo o di una donna rispetto ai quali, nel corso del film, si resta invece sempre all'esterno (almeno questa è la mia impressione). Personalmente non mi piace quest'uso ruffiano e televisivo del primo piano, e non mi piace il primo piano inteso solo come espediente di montaggio, e non come mezzo di espressione. Penso invece al film vincitore della mostra, il bellissimo The Wrestler di Aronovsky. Ricordo un primo piano straordinario di Mickey Rourke, in cui il volto del protagonista resta semi-immobile per alcuni lunghi secondi, inchiodato, attraverso gli occhi, su quello della figlia. Sono secondi durante i quali l'immobilità non è pietrificata ma vibrante, lentissimamente vibrante, e su quel volto immobile leggiamo la consapevolezza di un destino di dolore e di colpa immutabile, ma allo stesso tempo sentiamo su quello stesso volto la voglia di scrivere tra le proprie rughe, le proprie cicatrici e i propri micro-interstizi emozioni di segno diverso, che a quel destino regalino svolte impreviste, o anche solo temporanee dimenticanze. Restiamo sospesi, durante quei secondi, sospesi sul filo assieme a quel volto, e alla sua coscienza, al suo sapere, e poi cadiamo, precipitiamo nell'abisso, quando da quella superficie riflettente, ma viva e non rigida nel suo riflettere, viene giù una lacrima, che velocissima lo riga e lo taglia. Nel tagliarlo, però, non gli procura soltanto un'apertura nel senso di ferita, taglio simbolico, lesione della superficie e squarcio dell'anima, ferita che lo denuda e letteralmente lo ostende agli occhi inquisitori, ma ancora pieni d'amore, della figlia, bensì anche come nuova possibilità di vita, improvviso allargamento dell'orizzonte: una lacrima che rompe gli argini di una palpebra e cade è il sintomo di un volto che ammette la propria penetrabilità, e quindi vulnerabilità, e soltanto dichiarando la propria debolezza il volto si lascia finalmente guardare, poiché gli occhi dell'altro sono assorbiti e non più soltanto ricevuti. Prima superficie riflettente, poi tratti di volteità: sono le due fasi di questo meraviglioso primo piano di Mickey Rourke. Quand'è usato così, e pochi riescono a farlo, il primo piano acquista un senso: perchè, in caso contrario, avvicinarsi tanto a un essere umano? D'altronde, nella visione normale, non-cinematografica, l'essere umano non "vede" in primi piani, piuttosto li utilizza quando "pensa" a qualcuno, e quindi in una sfera non-visiva bensì virtuale. Nel primo piano di Mickey Rourke ci sono insieme qualità e potenza, attuale e virtuale, emozione e pensiero, e c'è soprattutto un volto che sa, che ha coscienza, che sente: in questo senso, racconta un mondo interiore enorme in pochi secondi. Cosa racconta, invece, un primo piano che deve indicare soltanto "rabbia", o "ira, o "dolore", o "dispiacere"? Durante la visione di Un giorno perfetto ho avuto spesso la sensazione che i primi piani indicassero qualcosa, appunto, ma non raccontassero niente. E' così che un primo piano si fa marca indexicale, istruzione per l'uso per lo spettatore televisivo, immagine che tratta di emozioni senza vissuto.
Ozpetek ha più volte utilizzato campi/controcampi silenziosi in cui i primi piani non parlano, probabilmente perché sperava che il silenzio e la fissità del viso attivassero automaticamente un fuori campo che invece non si è attivato mai. Il silenzio è troppo silenzioso e quindi non è silenzio, perché il silenzio, per parlare, e quindi essere, ha bisogno di un piccolissimo rumore (sonoro e/o visivo) che lo renda appunto espressivo, concreto, materico, presente (silenzio non è infatti sinonimo di muto), così come un volto ha bisogno di un micromovimento per attivare potenzialità espressive, evolutive, performative.
A meno che, come ci dice Deleuze, tutto quel volto non si concentri nell’espressione di una qualità eterna, immobile, definitiva, onnicomprensiva di qualunque tratto interno al contorno-volto. Ma qui entriamo in una sfera diversa, dalla quale appunto la fissità inespressiva e attonita dei primi piani ozpetekiani viene ahimé estromessa. Entriamo, cioè, nella sfera dell’immobilità imperfetta del primo piano di
The Wrestler descritto prima (in cui il primo piano sviluppa tutte le sue potenzialità), o nell’immobilità perfetta, medusea del volto di Edmund in Germania Anno Zero. Ma attenzione, parliamo di un’immobilità che quanto mai densa e lontana dal mutismo semantico. Penso a uno dei primi piani finali del film, uno dei pochissimi dedicati al bambino protagonista e l’unico così prolungato, così evidenziato all’interno del decoupàge, nonché l’unico angolato leggermente dal basso, ad evidenziare la volumetria del volto stesso.
Edmund, per tutti gli ultimi minuti del film, com’è noto, “va a zonzo”, per dirla con il linguaggio di Deleuze, deambula senza meta, saltando qua e là, a volte come giocando, tra le macerie polverose di una Berlino distrutta nel corpo e nello spirito. Il suo corpo agile cerca nel cammino tra le strade e nella danza sulle macerie la possibilità di un mutamento, di un “alleggerimento” di una situazione evidentemente pesante, solidamente piantata nella disperazione. Quasi l’ipotesi di un volo calviniano. Un volo impossibile, purtroppo. Edmund fa quindi il suo ingresso in uno dei tanti palazzi/scheletro della città, sale a un piano alto, e di lì ora può guardare la città distrutta nel suo complesso, così come può osservare la vita distrutta dei suoi fratelli che lo cercano inutilmente per le strade, e può guardare perfettamente negli occhi l’assenza del padre che ha ucciso, e quindi scotomizzare la propria colpa. Qui Edmund acquista uno sguardo distante, “oggettivato” dal mondo esterno che gli si offre in tutta la propria irriducibilità e da quello interno che gli si presenta impietoso, sostituito simbolicamente dalle macerie, al proprio sguardo. E allo stesso tempo, per la prima volta nel film, Rossellini regala al bambino un primo piano che è anche profondamente “soggettivo”: su quel volto si scrive la consapevolezza pietrificata di una situazione immutabile, di una colpa immondabile, di una vita irrecuperabile; su quel volto che si fa pietra e maceria, dove neppure un micromovimento apre ad altri possibili, la decisione si fa conseguente: la morte si prefigura come suggello di una situazione fissata per sempre. Come unico barlume di senso. Rossellini costruisce in questo caso un’immobilità perfetta e abissale, rumorosissima e silente allo stesso tempo, una fissità piena e mai vuota, una superficie di voltificazione, per riprendere la terminologia di Deleuze, che può fare a meno dei tratti di volteità dei micro-movimenti perché attiva, in fuori-campo, un movimento più grande, quello dello Spirito che agisce sulla vita del bambino e sulla storia di una città e di un mondo interi.

lunedì 8 settembre 2008

Alla ricerca di soldi per un nuovo cortometraggio

Il mio secondo cortometraggio continua ad essere selezionato nei festival. Questo mi rende felice ed è forse un meritato riscontro per il tanto e difficile lavoro che gli sta dietro.
Ma nuove e pressanti urgenze artistiche mi scottano mani, cuore, occhi e cervello. E’ l’ora di cominciare un nuovo progetto, di catapultarmi in un nuovo virtuale mondo narrativo a cui dare vita vera, di soddisfare altri e diversi bisogni di racconto.

Il progetto è qui su carta, e urla la sua voglia di essere filmato. Sarà una favola nera, cioè la vicenda surreale di una donna che vuole tornare bambina, un piccolo racconto crudele ma allo stesso tempo tenero verso le debolezze umane, una breve parabola non conciliata e non conciliante, ma alla fine immersa nella luce… Un corto denso, credo, un pugno nello stomaco, un breve viaggio antieroico condensato in un interno senza tempo.

Io e le persone con cui di solito condivido l'esperienza artistica stiamo cerchiamo soldi e persone che vogliano entrare nel progetto, nelle vesti di mecenati oppure di veri e propri produttori/coproduttori del cortometraggio.
Chi crede in me, nel mio sogno e nei miei sogni, o chi ha voglia di farlo dopo avermi ascoltato, chi vuole investire qualche euro in attività artistiche, chi vuole aiutarmi a raccontare delle storie attraverso le immagini, chi ha voglia di farsi un giro sulla macchina affascinante del cinema e chi, infine, è pazzo come me e vuole aiutarmi a mantenere la mia libertà creativa, può mettersi in contatto col sottoscritto attraverso l’indirizzo e-mail baccellier@gmail.com.

venerdì 5 settembre 2008

Baccelliere in Venice
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Passerà oggi in concorso all'International Short Film Festival "Circuito Off" di Venezia il cortometraggio "Dove ci porta la corrente", prodotto dall'Associazione Novara Cine Festival e diretto da Fabio Baccelliere.

venerdì 25 luglio 2008

Randy Pausch e la sua "last lecture"
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«Ho un problema di sistema - aveva annunciato di fronte a 400 studenti il giorno dell'ultima lezione- Benché abbia sempre goduto di forma fisica strepitosa, ho ben dieci metastasi al fegato e mi restano solo pochi mesi di vita».
«Trovate la vostra passione e seguitela - disse - non smettete di cercarla perché altrimenti ciò che state facendo è solo aspettare la Mietitrice».
Randy Pausch è stato un uomo immenso. Ha lasciato a tutti noi una lezione di vita straordinaria. Una lezione atipica, nella quale non voleva insegnare nulla a nessuno, ma in cui cercava semplicemente di convincere tutti coloro che lo ascoltavano a vivere pienamente la propria vita, al massimo delle proprie possibilità.
Mi riguardo questa conferenza da alcuni giorni, e ogni volta mi viene la pelle d'oca.
Un saluto Randy. Ovunque tu sia, Grazie.


mercoledì 16 luglio 2008


SULL’EVENTO DEL PERDERSI
di Fabio Baccelliere

Capita spesso, molto spesso, che due persone si perdano nella vita reale, o almeno in quella che, convenzionalmente, consideriamo tale. Perdersi, fisicamente e mentalmente, può essere a volte il punto di inizio di un viaggio che termina con il ritrovarsi reciproco, e in quel caso la vita prende l’aspetto di un entusiasmante progetto narrativo, fatto di alti e bassi, ascese e cadute, di un luogo magico dove risplendono incastri imprevisti e ritorni miracolosi, con i loro relativi significati, che tracimano e si sprecano, e sprecandosi, ci riempiono di senso. La distanza, in quel caso, è la sorella gemella della vicinanza, è contemporaneamente la sua necessità ed il suo antidoto.
Ma non è sempre così.
Altre volte, infatti, perdersi è soltanto un punto fermo, una conclusione. Dopo, restano gli effetti dei rimpianti, delle domande senza risposta e delle risposte chiuse nel bozzolo incancrenito del dubbio, del tempo che va avanti e del tempo che non torna indietro, del tempo che non sarà anche se avrebbe potuto essere. Non prelude, insomma, ad alcun ritrovamento, individuale o reciproco che sia. Prelude soltanto al vuoto. In questo secondo caso, la vita non prende la forma di un cerchio che si chiude, né la consistenza di uno specchio nel quale il passato si riflette, rinnovato, in un nuovo presente. Non è un progetto narrativo, o forse lo è, ma è una narrazione aperta, inconclusa, infinita, non-finita.
Poi, si sa, tutti i vuoti si colmano. La vita di ciascuno è sì un grande romanzo, ma non tutti i romanzi sono uguali: ci sono quelli con una lunghissima e unica linea narrativa, e quelli fatti di storie molteplici, che si scontrano, incontrano, incrociano, o semplicemente si susseguono. E quindi i vuoti ci saranno sempre, alla fine di una di queste storie, e tutto sta nel colmarli di volta in volta, per portare avanti il romanzo, fino alla fine del proprio tempo, fino alla fine del proprio mondo.
Tutti i pozzi possono restare prosciugati, e tutti i pozzi possono essere nuovamente riempiti. Ma a una domanda potremmo non saper rispondere: davvero quell’acqua ha riempito tutto il vuoto, oppure si sono conservate delle bolle d’aria, e dentro di essere ancora resta qualcosa di quel vuoto precedente? Perché il vuoto è sempre qualcosa che può restare, e crescere all’interno di un apparente pieno, come un virus, un parassita, una malattia, un embolo silenzioso. In quel caso il passato disturberà il presente e marchierà surrettiziamente di sé il futuro…
Allora non resta che tornare indietro. Per sicurezza, diciamo così. Per ascoltare quella perdita iniziale, capire se era un preludio o un epilogo, un inizio o una fine. Se non si riconosce la natura delle proprie storie personali, si rischia di non capire se stessi mai, di non riconoscersi, e di non riconoscere gli altri. E se gli altri non ti riconoscono, non possono viverti, e se non possono viverti, tu non vivrai del tutto, se non in te stesso.
Non vivrai del tutto, se non in te stesso…

venerdì 27 giugno 2008

"IO INVECE DA DOMANI MI PRENDO UNA MALATTIA..."
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Mattina all'insegna del tema "lavoro e malattia". Tema serio, importante, punto nodale di qualunque discussione sui diritti dei lavoratori. E poi la malattia ha a che fare con il dolore, e il dolore con la sofferenza, e da ciò scaturiscono riflessioni profonde, che investono molteplici sfere della vita individuale e collettiva.
Appena sveglio sfoglio le varie news sulla rete e nella rubrica "Strano ma vero" del portale Tiscali leggo una storia di ordinario raccapriccio italiano. La storia, cioè, di un impiegato della Regione Sardegna che dal 2004 è in stato di malattia e quindi assente giustificato dal suo posto di lavoro. Povero Cristo, ho pensato di primo acchito, chissà che brutto tumore lo sta lentamente distruggendo. E invece no, mi sbagliavo! Leggendo avanti ho scoperto che il tumore è proprio lui, visto che in questi quattro anni, anzichè curarsi e stare a letto per non affaticare l'organismo ufficialmente provato, si è laureato (un plauso alla sete di cultura!) e si è candidato alle ultime politiche, non disdegnando, tra l'altro, di impegnarsi in un'attiva campagna elettorale.
Finalmente, seppure dopo quattro anni, qualcuno in regione s'è accorto dell'incongruenza e ha deciso di denunciarlo. Quattro anni!!!!! Mi domando: era talmente incapace e insignificante che nessuno ha notato la sua assenza, oppure nessuno ha voluto vederla, quest'assenza, chiudendosi entrambi gli occhi?
E vogliamo parlare dei medici curanti? Credo che siano loro una delle vere metastasi di questo paese (altro che giudici, come vorrebbe dare ad intendere il Cavaliere!). Che comincino anche loro a pagare con il reato di frode la facilità con cui firmano certificati fasulli! Ho visto gente (sia nel pubblico che nel privato, e sottolineo nel privato) che, a furia di certificati medici, lavora un giorno sì e due no, e poi la si incontra rilassata per strada a cazzeggiare con i pargoli o tra gli scaffali del supermercato, impegnati a vagliare i prodotti in offerta e pronti a lamentarsi per lo scarso potere d'acquisto, "nonostante si lavori tutto il giorno"!.
Nell'ultima discussione con alcuni "compagni" sindacalisti, ho fatto presente che pur essendo MOLTO MA MOLTO PIU' A SINISTRA DI LORO NON TOLLERO I PARASSITI. Mi hanno risposto che tra lavoratori bisogna essere solidali.
Tra lavoratori, appunto, non tra lavoratori e fannulloni...
Ad ogni modo, vi racconto l'epilogo. Ho incontrato poco fa un amico all'ufficio postale. Gli racconto che in questo periodo mi sto riposando, dopo gli ultimi cinque mesi di lavoro massacrante, ma che poichè, appunto, non sto lavorando non sto neanche guadagnando. Mi dispiace per te, mi dice! Io invece da domani "mi prendo un paio di settimane di malattia, sono un po' stressato e non voglio consumarmi adesso le ferie".
Che sono pagate, come la sua malattia....

lunedì 2 giugno 2008

Comunicato
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Anita Kravos
protagonista del cortometraggio
"Dove ci porta la corrente"
ha vinto il premio per la migliore interpretazione femminile
al festival internazionale di cortometraggi
"La cittadella del corto" di Trevignano Romano

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